Un giorno a settembre (One Day in September)


OneDayInSeptemberA settembre del 2000 mi trovavo a New York.
Finalmente, dopo 26 anni di attesa, potevo camminare in mezzo a luci, tombini fumanti, palazzoni e posti che avevo visto un milione di volte nei film. Ho anche fatto in tempo a dare un’occhiata all’interno del World Trade Center mentre le tre persone che erano con me hanno deciso di fare shopping nel negozio di fronte, perché “Tanto poi le Torri Gemelle le vediamo quando torniamo qui un’altra volta, magari l’anno prossimo” (no).
Insomma, ero nel pieno di quello che viene chiamato “il viaggio della vita”, quello che aspettavo di fare da secoli.
Una sera, all’ora di cena, torniamo nella casa che avevamo preso in affitto; mi piazzo sul divano, accendo la tv e, su un canale via cavo, becco per puro caso l’inizio di One Day in September, un documentario di cui avevo sentito parlare per via di un Oscar vinto qualche mese prima.
Sono riuscito ad alzarmi da quel divano soltanto 91 minuti dopo, quando anche l’ultimo dei titoli di coda era scorso sullo schermo.
Nonostante fossi nella città che sognavo di vedere da una vita, nonostante abbia fatto il cafone con gli altri mangiando da solo davanti alla tv (e facendomi portare i piatti da un’amica), nonostante abbia costretto tutti ad uscire tre quarti d’ora più tardi del previsto, ero talmente inchiodato a quei cuscini che da quel divano non mi sarei mosso neanche se fosse venuto a chiedermelo Gesù Cristo in persona.

Jesus*TOC TOC*
- Chi è?
- Sono GISAS
- Che c’è?
- Che ti alzi?
- No

Attraverso svariati filmati di repertorio e nuove interviste, Kevin Macdonald (fratello di Andrew, il produttore di fiducia di Danny Boyle) ha ricostruito l’attentato terroristico avvenuto durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 che ha visto un commando palestinese prendere in ostaggio la squadra atletica israeliana all’interno del villaggio olimpico.
Tutto si è svolto nell’arco di 24 ore in cui, per la prima volta, il mondo intero fu testimone delle capacità belliche e della determinazione d’acciaio degli allora ignorati palestinesi e della sconvolgente inettitudine della polizia tedesca, che gestì la drammatica situazione con un’incapacità che definire “incredibile” è poco (roba che neanche nelle barzellette sui carabinieri).

1972 Munich Olympics Massacre

Torniamo su quel divano a New York.
Il motivo per cui sono rimasto in apnea e ipnotizzato dalla tv per 91 minuti è certamente da ricercare nella tensione generata da una storia tanto drammatica che già conoscevo ma di cui non ricordavo l’epilogo (e che si conclude dove inizia Munich di Spielberg), ma se per quell’ora e mezza di vita non sono riuscito a muovere un solo muscolo è soprattutto grazie alla bravura di Macdonald e dei suoi collaboratori.
Se al giorno d’oggi l’applicazione della grammatica da cinema di finzione al documentario è una semplice prassi, nel 1999/2000 è stata una novità-bomba capace di dare il via ad una vera e propria new-wave del documentario che ha ridato vita all’intero genere, fino ad allora visto soltanto come un mezzo per spettacolarizzare la natura o per venire a conoscenza delle abitudini culinarie dello sfuffolo belga maculato.
Se Michael Moore è stato per il genere documentaristico quello che Georges Méliès ha rappresentato per la Settima Arte in generale, ovvero colui che ha reso il documentario un genere popolare ridefinendolo, allora Kevin Macdonald è stato sicuramente il David Wark Griffith capace di dare ordine e forma alla sperimentazione pionieristica fino a trasformarla in un nuovo linguaggio dalle regole ben definite.

MSDONDA EC006

Macdonald ha saputo sfruttare alla perfezione il montaggio e la colonna sonora – composta da brani dell’epoca (occhio: potreste non ascoltare mai più Child in Time dei Deep Purple senza ripensare a questa pellicola) – per dare al film un ritmo da thriller mozzafiato senza mai dimenticare la componente “ricerca/inchiesta” propria del genere (per la quale, anzi, ha messo a segno un vero e proprio scoop con l’intervista al terrorista Jamal Al Gashey) e riuscendo, nel frattempo, anche a descrivere alla perfezione il contesto storico, sociale e politico in cui si è svolta la vicenda, gli antefatti, il particolare significato di quelle Olimpiadi e la bellezza intrinseca di una tale manifestazione in un periodo in cui il lancio del nano in grotta o lo strofinamento energico di una lastra di ghiaccio non erano ancora considerati “sport” degni di una medaglia d’oro.
Non ultima, la violenza di certe immagini – sfruttate con sapienza e rara efficacia – riesce a scavalcare la codificazione e la discutibilità di ogni linguaggio cinematografico scelto e a rendere giustizia alla tragedia che fu la realtà dei fatti, ricordando allo spettatore il nettissimo confine che separa la sconvolgente verità di quella storia da un qualsiasi film avvincente.
Quei cadaveri ripresi a pieno schermo, insomma, sono lì sì per dare una scossa emotiva al pubblico ma anche per demolire le speranze che Will Smith arrivi a salvare la situazione.

03

Certo, One Day in September non segue alla lettera il Manuale Del Bravo Documentarista che vorrebbe l’autore come spettatore e narratore imparziale; chi si trova dietro le quinte, in questo caso, non solo prende posizione ma lo fa in maniera piuttosto decisa, soprattutto per quello che riguarda il comportamento indescrivibile del governo, della polizia e del comitato olimpico tedeschi, ma alla luce dei fatti (e delle rivelazioni fatte ex-novo dal terrorista superstite) sfido chiunque a rimanere sospeso in una bolla al di sopra di certe questioni.

Sicuramente una pietra miliare, forse un capolavoro, questo One Day in September ha il pregio di riunire in poco più di un’ora e mezza di pellicola un’importante documentazione storica, informazione e ottimo cinema, e dà il suo contributo a rendere sempre più sfocate le linee invisibili che da sempre separano certi generi (come appunto il documentario e, ad esempio, i film d’animazione occidentali) dall’essere semplicemente considerati “cinema”.

(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito, nel gennaio 2008, e rivisto a novembre 2013; la recensione si riferisce all’edizione DVD originale (inglese) del film. La versione italiana, quindi, potrebbe differire per alcuni particolari)

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Final Thoughts

Una pietra miliare che ha avvicinato in maniera nettissima il documentario al cinema "classico" evolvendo il linguaggio del genere senza stravolgerlo o snaturarlo. Da non perdere sia come film che come documento storico.

Overall Score 5 Incolla alla sedia

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