The Walking Dead: parliamone


Nelle prossime righe troverete spoiler a tutta callara sulle prime tre stagioni di The Walking Dead. Sì, mi manca la quarta (e, lo dico una volta per tutte, ho solo sfogliato distrattamente il fumetto), ma credo comunque che tre stagioni siano più che sufficienti per farsi un’idea ben precisa sulla serie, utile per parlarne per quello che finora è il suo complesso.
Se non volete sapere nulla sulle prime tre stagioni di The Walking Dead, quindi, smettete di leggere ora e non scorrete la pagina, ché ci sono immagini che ti rovinano le cose.

Zombi is the new black

Quand’ero rigazzino, nella seconda metà degli anni ottanta, ero un fan dell’ORRO.
Essere fan dell’ORRO in quell’epoca era fichissimo, ma era anche una grande fatica: l’unica fonte di notizie a riguardo facilmente accessibile era la pagina Lo schermo fantastico, curata da Andrea Ferrari su Ciak. Avendo la fortuna di abitare al centro di Roma potevo contare anche su una fanzine (l’indimenticata Dark Star) e – a patto di avere a disposizione uno stock di organi freschi da vendere e contrabbandare dopo una ricerca infinita alimentata da soffiate degne dei carbonari – su qualche numero sparso di Fangoria, GoreZone e Mad Movies, vendute a prezzi che sfidavano qualsiasi faccia da poker (che si trasformava in “maschera de lacrime” quando realizzavi che per vedere le foto di Nightmare 4 avresti dovuto smettere di mangiare per due mesi).
Al di là di questo (che nonostante tutto rappresentava una condizione ultra-privilegiata, perché chi abitava – per dire – a Barberino del Mugello aveva come unica opzione quella de attaccasse forte al cazzo), il nulla.

Non parliamo, poi, di che minchia dovevi combinare per vedere i film ORRO più oscuri: per uno scolaro romano (quindi senza una lira e impossibilitato a spostarsi) l’unica alternativa al Fantafestival era la ORRO MAFIA, che ti rimediava le cose più incredibili a patto di avere la pazienza di aspettare a volte per ANNI e ad essere disposti a vedere i film in condizioni che definire “pietose” è come fare un complimento alla morte, alla fame e alla disperazione.
Ricordo ancora quando, finalmente, riuscii a mettere le mani sul famigerato Nekromantik, che rimediai su una VHS di cinquecentesima generazione in cui i colori erano completamente scomparsi.
Si riuscivano a malapena a distinguere ombre e luci, ma per dio STAVO VEDENDO NEKROMANTIK! Ok chi vuole toccarmi?

Bene.

Se un giorno di quelli mi fossi trovato davanti una DeLorean con dentro me quarantenne intento a dirmi che da lì a trent’anni il programma più visto della TV americana sarebbe stato un telefilm con gli zombi, pieno di budella e con un bambino che spara in testa alla madre appena morta di parto, beh, penso che mi sarei scorreggiato sotto dal ridere e poi, dopo, mi sarei dato il cinque e me ne sarei tornato a casa, confortato dall’idea che in tre decadi sarei diventato un incredibilmente affascinante cazzaro che si inventa le cose sui telefilm di zombi.
E invece no, non mi sarei inventato proprio niente.

Un dato del genere, oltre ad essere inimmaginabile qualche anno fa, è certamente indicativo sul radicale mutamento dei gusti del pubblico e potrebbe indurre a credere che un risultato simile sia raggiungibile solamente rendendo inoffensivo o disinnescando e confondendo i connotati (anche se solo potenziali, soprattutto negli ultimi anni) più incendiari che da sempre fanno parte del DNA dell’horror, in special modo quello più estremo e soprattutto nell’ambito zombi, fin dalla nascita contraddistinto da uno spiccato valore allegorico e, per certi versi, satirico.
Per The Walking Dead tutto ciò è vero e falso allo stesso tempo. Quella della AMC si è dimostrata, nel corso di tre stagioni, una serie a corrente alternata che ha affiancato una scrittura sciatta a momenti molto toccanti, azione soporifera a ECSCIO da paura, figurine stereotipate a personaggi fichissimi.
Vediamo di capire, quindi, cosa c’è che va e cosa non va in questo popolarissimo telefilm coi zombi.

LE COSE CHE SÌ

- I ZOMBI

Zombi

Innanzitutto, il make-up degli zombi è fenomenale, il migliore mai visto sia in TV (ma quando mai) che al cinema. Sia a livello concettuale che pratico, i morti viventi di The Walking Dead hanno un aspetto eccezionale, con fattezze distorte e putrefatte a sufficienza da renderli costantemente inquietanti, a volte spaventosi e mai troppo umani, evitando così il terribile effetto “gente che vaga co la faccia pittata de grigio” che ammazza le produzioni più POVRE. In particolare, soprattutto per gli zombi “hero” (ovvero tutti quelli che finiscono inquadrati in primo o primissimo piano o in dettaglio), ho notato un’attenzione costante ai loro occhi, mai lasciati “nudi” (cosa che tradirebbe nella maniera più plateale la presenza di un attore vivo e vegeto al di sotto degli strati di lattice, per quanto raffinati essi siano) ma sempre truccati tramite lenti a contatto, un accorgimento fondamentale che toglie qualsiasi parvenza di vita dall’aspetto dei non-morti.

- LA TERZA STAGIONE: LESS BULLSHIT, LESS CRYING GRANDPAS, MOAR ZOMBIES, MOAR ECSCIO, MOAR MITRAGLIONI, MOAR DEAD MAMAS!

Carl03

Le prime sei puntate di The Walking Dead sono un moscissimo bignamino di apocalisse zomba, una roba da asilo dell’ORRO, pastura per attirare turisti e principianti svogliati.
La season 2 è un more of the same con un po’ più di mordente, un’ambientazione insolita per il genere (e quindi più interessante) e picchi inaspettati (la puntata, a metà stagione, con la strage nel fienile e la rivelazione che Sophia era là dentro da giorni, finora quello che considero il migliore episodio in assoluto di tutta la serie).
Con la stagione 3, invece, la serie si sveglia completamente dal coma e – pur con tutti i limiti di un prodotto che non si sogna neanche di avere una qualche pretesa, nonostante potrebbe e DOVREBBE averne più di un paio – diventa una ficata pazzesca.
I rapporti tra personaggi (basta vecchi che frignano!) vengono messi in secondo piano in favore dei contrasti più accesi, agli smidollati viene fatto un clistere di steroidi (Rick diventa – era ora, per dio! – un pezzo di ghiaccio sanguinario e perfino suo figlio arriva ad essere una presenza tollerabile), la serie diventa ECSCIO UNA CIFRA, si diversificano le unità di luogo e azione alternando al carcere l’utopica Woodbury, torna Merle, torna il vicino di casa di Rick e, come se non bastasse, la serie si concede pure di prenderti alla sprovvista facendo fuori un personaggio che, ci avrei scommesso le chiavi di casa, pensavo mi sarei trascinato fino alla fine delle fini: Lori.

C’è sempre.
È in ogni telefilm.
È quasi sempre una donna.
Ti fa roteare gli occhi al cielo come neanche tu’ madre quando ancora ti dice “Copriti!” pure che ciai ottant’anni suonati.
Si tratta del temutissimo personaggio DITO AR CULO.
L’onnipresente Dito Ar Culo, nella mente degli sceneggiatori, dovrebbe essere la bussola morale, la voce della saggezza tra le grida dissennate della follia, ma per tutti gli spettatori del mondo è solo la GUASTAFESTE, la rottura de coioni, quella che ti impedisce all’ultimo secondo di tatuarti la scritta “NINJA” sulla fronte, quella che ti riporta alla grigissima ragione impedendo che quella BAIT si trasformi in JAIL, quella che NON APPROVA, quella che mentre tu ti appresti a fare una cosa fichissima ma potenzialmente mortale sta da una parte in silenzio a fissarti con disappunto e con le braccia incrociate e tu pure se non la guardi te la senti sulla nuca, quella che qualsiasi cosa tu faccia ti castra costantemente chiedendoti “NON PENSI A TUO FIGLIO??????????” pure se tu devi solo scende di casa a butta’ la mondezza.
È in ogni telefilm, c’è sempre, e il sogno di ogni spettatore è vedere il Dito Ar Culo morire malissimo.

JoelyRichardsonSì sì, dico a te, Julia di merda!

Ma questo non accade mai.
Dito Ar Culo non viene mai colto da morte mala. O meglio, non sempre, perché in The Walking Dead – ebbene sì! Abbracciamoci forte – il D.A.C. locale, Lori, non solo schiatta, non solo lo fa anche relativamente presto, ma lo fa SOFFRENDO e con la consapevolezza che, di lì a poco, suo figlio sarebbe stato costretto a spararle in testa subendo quindi un trauma pazzesco.
Grazie un botto, terza stagione di The Walking Dead!

Quando questa spassosa terza stagione sembra prendere una pericolosa deriva col rischio di diventare Lost coi zombi (Rick che vede i fantasmi), a riaddrizzare il tutto ci pensa colei che è un tale concentrato di AWESOMENESS da meritare una voce tutta sua, e sto parlando della magnifica…

- LA FURIA D’EBANO

Danai Gurira as Michonne in The Walking Dead

Tu sei lì, alla fine della seconda stagione, che stai decidendo se proseguire o meno nella visione di questo telefilm coi zombi per le altre puntate che seguiranno quando, ad un tratto, vedere la terza stagione diventa la tua unica ragione di vita perché quei maledetti ti buttano lì IL GANCIO DI DIO: Andrea è spacciata, è a terra sopraffatta dagli zombi, ma all’improvviso vedi saettare una katana che stacca di netto la testa ai mostri. L’immagine successiva ti mostra il misterioso benefattore, questo:

MichonneOMFG!!!

Per la madonna! Chi è??? COS’È??? È una ragazza! È incappucciata!! Ha una katana!!! E quelli… quelli sono… SCHIAVI ZOMBI! Ma-dò!
Scopriremo che quella nebulosa di ficaggine silente è Michonne, un personaggio che, da solo, giustifica l’esistenza dell’intera serie, e che quella di lei incappucciata, a katana sguainata e circondata dai suoi somarelli zombi (sai, servono per portare gli zaini) non sarà l’unica sua immagine che si imprimerà a fuoco nella tua mente 4EVER ma che verrà accompagnata da quella con lei che attende al buio il ritorno del Governatore, in silenzio, seduta proprio nel mezzo della casa dell’uomo, davanti alla porta, perché PAURA VAFFANCULO!

Michonne03

Un personaggio, quello di Michonne, che potrebbe scrivere un manuale di scene-stealing con la mano sinistra mentre, con la destra, riscrive sul dizionario il significato di culo cattivo mettendoci una sua foto di lei che imbruttisce.

- THE WALKING DEAD

Merle

Se c’è una cosa per cui essere eternamente grati a The Walking Dead è l’aver ristabilito il zombismo vero nell’immaginario collettivo. Anni di horror mainstream (praticamente un ossimoro, ma vabbè…) hanno insegnato alle nuove generazioni un sacco di stronzate, come il fatto che gli zombi corrono, che hanno una forza erculea e che la loro condizione è, in pratica, un raffreddore del cazzo trasmissibile esclusivamente tramite morsi, pagliacciate da ragazzini imbecilli che, di fatto, hanno ridotto questi affascinanti mostri a matti malati che vanno veloci.
Nasce tutto dall’equivoco che vuole che gli infetti (infetti, capito? Non “zombi”) di 28 giorni dopo siano morti viventi letterali quando, invece, è gente viva e vegeta contagiata da un virus che l’ottimo Danny Boyle voleva assimilare allo zombismo.

Gli zombi veri contano sull’infaticabilità, sull’insensibilità totale e sul numero. Lo zombi che corre è una puttanata, è come se Jason si presentasse a Crystal Lake con un AK-47: non è più Jason, è un’altra cosa, un altro mostro con altre regole, così come lo zombi senza handicap è solo un matto che corre a cui trovare un nuovo appellativo.
Lo zombi vero non deve e non può contare solo su sé stesso, sulla sua velocità e sulla sua forza, perché è morto; lo zombi vero conta sullo stesso male che ha reso un non-morto lui e tutti gli altri, conta sul concetto stesso di zombismo, conta sul fatto che loro sono decine, sono milioni, MILIARDI. E arrivano. Piano, ma arrivano. E hanno fame.
Così come modernizzare il vampiro non significa trasformarlo in un coglione piastrato buono giusto a soddisfare le stupidissime fantasie di una stupidissima quindicenne (Twilight, il Dirty Dancing dell’horror), categoria a cui io vieterei pure l’ingresso in un cinema, allo stesso modo modernizzare lo zombi non significa stravolgerlo fino a renderlo un altro mostro solo per correre dietro ai gusti di un pubblico di merda lasciato in balìa di sé stesso.

MattiCheCorronoCOMING NEXT!

I morti viventi di The Walking Dead sono MORTI, VIVENTI.
Non importa come muori, se morso, mangiato, graffiato da uno zombi, sparato, in un incidente d’auto o di semplice vecchiaia: se muori torni in vita, no matter what. L’aspetto che molti non sembrano capire di questa fondamentale differenza che distingue gli zombi classici dai raffreddati moderni, è che il ritorno in vita assicurato (e non subordinato al morso) toglie qualsiasi speranza al sopravvissuto. In un’epidemia di zombismo classico, riuscire a vedere l’alba di un nuovo giorno non significa essersi salvati, significa rimandare. Non hai speranza. Non puoi proteggerti. Essere ben armati, addestrati e barricati in un posto sicuro sono soltanto dei palliativi, un cerottino su una gamba mozzata, nient’altro. E togliere qualsiasi speranza ai sopravvissuti significa creare dinamiche completamente diverse da quelle che animano chi, invece, ha ancora molto da perdere o addirittura moltissimo, in caso a breve venisse trovato un vaccino.
Invece no, sei già infetto. Sono tutti infetti. Non c’è speranza.
Tanto vale caricare il pick-up di brutta gente e andare in giro a depredare, bruciare e sparare a qualsiasi cosa si muova, deridendo la debolezza di chi ancora crede che conservare un briciolo di umanità serva ancora a qualcosa.
Questi, sono i contrasti e i temi che rendono interessanti i bei film di zombi.

MattiCheCorrono2

C’è un solo aspetto di natura pratica che mi piacerebbe vedere in un’opera che rispetta la natura dello zombismo e che, per ora, è stato messo in scena solo dall’altrimenti orrido World War Z (e in piccola parte in Land of the Dead di Romero), ovvero la totale indifferenza agli ostacoli materiali che uno zombi dovrebbe dimostrare.
Per come la vedo, lo zombi – una volta avvistata la preda – dovrebbe procedere in linea retta verso il cibo senza curarsi minimamente di eventuali sbarramenti. C’è una porta a sbarre? Ti ci frantumi in mezzo fino a che non passi attraverso uno spazio di dieci centimetri. C’è un precipizio? Ti ci sfracelli dentro e poi ricominci a strisciare verso l’alto. C’è una selva inestricabile di rovi? Ti ci scarnifichi dentro fino a che non esci dall’altra parte che sei uno scheletro di un bianco-brillante. C’è una serie di dislivelli? Invece di fare il giro lungo ti butti di sotto. Tanto, CHE TI FRECA?
C’è una porta a vetri? Ci passi attraverso come ha fatto Sasha l’amico mio a casa sua, che poi m’ha mandato la foto e io ancora ci rido co le lacrime.
Ecco, su questo, con i suoi matti che corrono e che si ammucchiano selvaggiamente sbattendo violentemente contro qualsiasi cosa, World War Z ci ha visto giusto. Mi piacerebbe vedere la stessa soluzione, però, in produzioni che mostrano di avere molto più rispetto per lo zombismo e che dimostrano di averne capito la vera essenza. Ma vabbè, credo comunque sia principalmente una questione di budget, perché la visualizzazione di una cosa del genere richiederebbe necessariamente l’uso di complicate animazioni al computer (o il reclutamento in massa degli stuntman cinesi che lavoravano con John Woo nei primi anni ’90).

LE COSE CHE NO

- THE WALKING WHATEVER

Zombismo

Sul tema “zombismo”, non ci siamo.
Ma come?!? Hai appena detto che…
E infatti sì, ribadisco che il zombismo di The Walking Dead è senza ombra di dubbio un aspetto positivo della serie, ma per certi versi è anche assai negativo.
Per spiegarmi, dovrò ricorrere ad un’introduzione zeppa di banali ovvietà: è risaputo che i mostri più celebri che popolano da sempre l’immaginario della popolazione del mondo intero non sono altro che allegorie esasperate di diversi aspetti dell’animo umano. Ad esempio, i vampiri (prima che diventassero una manica di ricchioni emo senza spina dorsale) rispecchiano l’istinto predatorio e il comportamento a volte parassitario dell’uomo, mentre i licantropi ne rappresentano il lato più selvaggio e aggressivo. Gli zombi sono i proletari dell’ORRO, è la classe medio-bassa, è la tua monotona vita di merda fatta mostro. Ovvio, quindi, che George Romero, il primo ad aver intuito la vera essenza dello zombi (suggerita dalle sue stesse origini legate alla cultura haitiana), abbia esplorato per decenni ogni anfratto degli aspetti socio-politici del mostro in questione, lasciando solo le briciole a chi sul tema ha voluto dire la sua nel corso del tempo. Ammetto, quindi, di rendermi perfettamente conto che chiunque si ritrovi a maneggiare l’argomento ha ben poco di nuovo da offrire, a meno di non essere folgorato da un’idea geniale che possa proporre una lettura completamente inedita.

Se, quindi, gli autori di The Walking Dead si fossero limitati a riproporre le interpretazioni romeriane sul tema, mi sarei sentito prontissimo a giustificare il riciclo. Il grosso problema, però, è che questi zombi non rappresentano nulla e non hanno alcun ruolo al di fuori di quello di mero ostacolo materiale, e uno zombi che non significa nulla in un telefilm di zombi è la definizione di “fallimento”.
Lo zombi, in questa serie, non è mai il fulcro della vicenda, è solo – a livello di scrittura – un acceleratore di eventi, è un tool al servizio di – come l’ha descritta lo stesso Romero, che nonostante i 74 anni non sembra essersi affatto rincoglionito, rifiutando l’offerta della regia di una o più puntate del telefilm – una “soap-opera con gli zombi”.
Pensateci: mantenendo l’impianto narrativo così com’è, provate a sostituire gli zombi della serie con una QUALSIASI altra minaccia della stessa portata e che agisce con modalità simili (un’apocalisse vampirica, di piante mutanti, di alieni, di Gatorade andato a male) e ditemi se, in sostanza, cambierebbe davvero qualcosa.
Tutti i risvolti più caratteristici e interessanti degli zombi sono stati eliminati lasciando solo un esercito di cosi che mordono e che possono essere eliminati solo con la distruzione del cervello. Non mi sembra un gran risultato.
Inoltre, approfondire l’aspetto meta-zombistico della vicenda non avrebbe fatto male: non si capisce mai del tutto chiaramente se, nel mondo della serie e agli occhi dei protagonisti, lo zombi è l’incarnazione reale del personaggio di fantasia che tutti conoscono (loro compresi) o se si tratti di una terrificante ed inspiegabile novità che ha colto tutti di sorpresa.

Per concludere, io voglio fare la cacca in faccia ad un canone del genere che è stato adottato anche in The Walking Dead, ovvero quello che vuole che il diventare zombi sia la cosa peggiore che esiste al mondo.
Ecco, io questa cosa non l’ho mai capita. Ogni volta che uno muore nei film di zombi è tutto un “NON LASCIARE CHE IO DIVENTI COME UNO DI QUEI MOSTRI!!!”, di gente che conserva l’ultima pallottola per sé e di sopravvissuti che passano ore a stabilire chi tra loro sia il più indicato per sparare in testa all’amico/parente/amante appena morto.
“È GIUSTO CHE SIA LUI A FARLO”, e tutti gli altri a guardare giù per terra con la faccia di chi pensa “è la cosa da fare mamma mia quanto siamo adulti responsabili”.
No, guarda, non vi preoccupate.
Anzi, lo dico anche a voi: se dovessi morire durante un’epidemia o un’apocalisse zombi, lasciatemi stare. Allontanatevi e lasciatemi le sigarette. A me va benissimo trasformarmi in un morto vivente, non c’è problema. Mi fareste schiattare col friccicore emozionato di chi sta per fare un’esperienza nuova. Anche perché, voglio dire, l’alternativa qual è? Esatto: il NULLA. Cioè, a ‘sto punto, vuoi mette? Ti immagini il divertimento di prende a mozzichi la gente?
E infatti John Leguizamo in Land of the Dead è il mio eroe.

- TU ADESSO DIVENTI IL MIO MIGLIORE AMICO PERCHÉ TRA UN QUARTO D’ORA DEVI MORÌ MALE

DINAMICHE

Il problema principale di The Walking Dead, evidentissimo nella prima stagione e comunque comune ad ogni episodio finora andato in onda, è la pigrizia di scrittura mortifera che caratterizza ogni fotogramma della serie, priva di guizzi, senza personalità e sempre tristemente by the book (attenzione, non sto parlando di idee estemporanee come gli schiavi di Michonne o l’acquario di teste del Governatore, ma dell’anima del telefilm, del feeling generale che trasmette), nonostante la felice eccezione di tre o quattro scene (si badi, non tre o quattro episodi ma scene).

Credo che la sequenza più emblematica, in questo senso, sia il dialogo BAFFLING tra Andrea e la sorella, in barca, una scena che mette a nudo le meccaniche più elementari di scrittura per la televisione in maniera sconcertante.
La puntata si apre proprio con loro due che chiacchierano in mezzo ad un lago.
Una è stata già affermata come uno dei personaggi principali, l’altra non si sa chi cazzo sia fino a quando non viene tirata in ballo la parola “papà” (ah, occhei, è la sorella). Dopo aver ascoltato un quarto d’ora di melensaggini strappacore in cui si cerca (nella maniera più maldestra) di elemosinare lacrime e affetto agli spettatori, chiunque conosca un minimo certe dinamiche sa già che quella povera crista è più condannata di un condannato a morte già morto da tre giorni, perché il solo ed unico motivo di esistenza di quell’inqualificabile sequenza è proprio il dare (ormai a calci di rigore già iniziati) importanza, anima, corpo e peso ad un personaggio che di lì a poco sarebbe finito ammazzato e che, fino alla puntata precedente, se ne era registrata a malapena l’esistenza.
- “Ci sono!!! Regà, il colpo di scena di questa puntata è che famo morì… LA SORELLA DI ANDREA!”
- “Chi???”
- “La sorella di Andrea!”
- “Vabbè ma a chi freca niente? Chi l’ha mai vista a questa?”
- “Gli facciamo fa’ uno speed bonding micidiale in barca, però SBRIGAMOSE perché dopo dieci minuti muore”
- “Mh. Boh, chi ha un’idea migliore?”
- “LA MOGLIE DI RICK HA LA PISELLA CHIACCHIERATA!”

Nonostante il formato televisivo permetta di dare un respiro ampissimo ai vari archi narrativi (vantaggio sfruttato bene, in questo caso, con Merle e la piccola Sophia), la serie si ostina ad insistere sulla semina e raccolta nello spazio di una stessa puntata, raramente con successo (l’autostoppista con lo zaino della terza stagione), quasi sempre con risultati dilettanteschi o, a voler essere buoni, da ABC dello sceneggiatore.
In generale, la maggior parte delle dinamiche interpersonali che si instaurano tra i vari protagonisti sono risapute, morte sul nascere, tirate per i capelli (il pretestuoso e piuttosto sterile attaccamento del vecchio Dale ad Andrea, tanto per dirne uno), usate male (la contorta umanità di Merle che viene più a galla nei cinque minuti passati in macchina con Michonne che dall’intero rapporto che lo lega al fratello Daryl per ben tre stagioni) e generate, sviluppate e chiuse col pilota automatico.
Il telefilm non ha una sua impronta caratteristica se non quella della sua momentanea unicità: è LA serie coi zombi perché è la sola serie coi zombi. Avreste, ad esempio, il coraggio di definire “un poliziesco” (magari aggiungendo pure un’alzata di spalle) una serie come The Shield? “Un poliziesco” può essere NCIS, CSI, PRCMDNN o un qualche altro stupido acronimo che andrà perduto nel tempo come lacrime nella pioggia o peti in un tornado, ma non The Shield, quello è ben altro che “un poliziesco”.
Se The Walking Dead non fosse la sola serie coi zombi, sarebbe esattamente “una serie coi zombi”, generica al punto da farti escludere la possibilità di discutere approfonditamente dei dilemmi umani e dei drammi che affrontano i suoi protagonisti, lasciandoti concentrare su aspetti decisamente più triviali e superficiali del telefilm come le sue inverosimiglianze.
Che poi hei, intendiamoci, la mediocritas di The Walking Dead è pur sempre aurea, si tratta senza dubbio di un prodotto professionale che si lascia seguire e avvincente quanto basta, ma da una serie che nasce sotto la supervisione di Frank Darabont, che riscuote un successo fenomenale, una popolarità enorme e che – soprattutto – ha un potenziale che le permetterebbe di fare scintille, beh, credo sia lecito aspettarsi ben altro.

- FRANK DARABONT

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A proposito.
Torniamo per un minuto sulla DeLorean e andiamo indietro nel tempo di quattro anni.
È un’epoca in cui “Frank Darabont” significa The Mist, significa Le ali della libertà, significa Quello che aveva scritto una sceneggiatura come cristo comanda del quarto Indiana Jones, sì, quello che poi invece è finito co le capocce de plastica piene de cellophane ammucchiato. Ecco.
Nel 2010, dicevo, mi piomba davanti un’altra volta il me quarantenne e mi dice che da lì a quattro anni la cacciata di Frank Darabont significherà la salvezza di una serie televisiva, e mi dice che mi sposerò.
Di queste due cose una mi fa morire dal ridere, l’altra mi fa chiaramente capire che, finalmente, Avril Lavigne si deciderà ad indossare l’abito bianco perché si renderà conto che il mio non è stalking ma passione fuori dagli schemi.
Ma anche stavolta mi sbagliavo (su entrambi i fronti): nel momento in cui, a seconda stagione appena iniziata, la AMC ha licenziato Frank Darabont, la serie è lentamente (e costantemente) migliorata.
Non importa quali siano i motivi che hanno portato la produzione a sbattere la porta in faccia a Darabont, né quale delle due parti sia nel torto; quello che è sotto gli occhi di tutti è che l’abbandono forzato del buon Frank è coinciso con il miglioramento della serie, prima graduale e poi DI BRUTTO con l’inizio e lo svolgimento di tutta la terza stagione.
Non sapremo mai come sarebbe stato The Walking Dead con Frank Darabont ancora al timone, ma ho il sospetto che gran parte di ciò che appesantiva (e in parte lo fa ancora) il telefilm fosse la predilezione del supervisore per storie, temi e rapporti che funzionano meglio al cinema che non in TV, o almeno non in questo tipo di serie, in special modo se si decide di focalizzare tutta l’attenzione drammaturgica sugli umani lasciando gli zombi a marcire sullo sfondo.

- HO VINTO THE WALKING DEAD A LIVELLO EASY

Pioggia

Tra tutte le cose che non vanno di questo telefilmo, però, ce n’è una, in particolare, che proprio mi riempie la faccia di disappunto stizzito, ed è LA SOLUZIONE A TUTTI I PROBLEMI.

Prima di entrare nel dettaglio diciamo, a grandi linee, che uno dei giganteschi problemi di questa serie è che gli sceneggiatori della prima stagione hanno risolto The Walking Dead prima ancora di iniziare ad entrare nel vivo della vicenda. È, in pratica, come far cominciare La guerra dei mondi con gli alieni già intossicati dall’acqua terrestre, come comprare La settimana enigmistica e trovare i cruciverba già compilati o iniziare a leggere le barzellette già coi denti stretti.
È una di quelle cose che, una volta viste e apprese, non puoi più ignorare, you can’t unsee, puoi solo fare finta di niente, esattamente come gli sceneggiatori di The Walking Dead, che hanno ucciso la loro stessa serie prima ancora di farla iniziare.

Stagione 1, episodio 2 (sì, DUE, che è come a dire “subito”).
Rick e Glenn sono costretti ad uscire in strada, dove è pieno zeppo di zombi. Prima, però, escogitano il barbatrucco ammazza-serie: si chiedono come facciano gli zombi a distinguere i vivi dai non-morti, buttano lì con nonscialanza un “forse per l’odore” e, senza sapere se funzionerà davvero, squartano uno zombi morto, si cospargono dalla testa ai piedi di interiora, escono in strada e… funziona. FUNZIONA. Funziona, per dio! È fatta. Hanno risolto tutto. TUTTO. Hanno vinto The Walking Dead con la fatality.
Già a metà del secondo episodio della prima serie sarebbe potuta apparire la scritta “The End” o, in alternativa, avrebbero potuto proseguire trasformando il telefilm in una sitcom in cui la gente riorganizza la civiltà e vive la vita di tutti i giorni in mezzo ai morti che camminano, andando al lavoro e facendo tutto quello che devono fare MA con un aspetto impresentabile e puzzando tantissimo ogni volta che devono uscire all’aperto (che poi è praticamente come se il mondo fosse popolato solo da appassionati di fantasy co gli spadoni di gommapiuma).

E invece no.
Siccome incontrano un ostacolino da due lire, bocciano l’espediente 4EVER: mentre camminano indisturbati in mezzo agli zombi inizia a piovere; l’acqua, piano piano, lava via le budella e il sangue di non-morto e gli zombi li sgamano. Per questo motivo dichiarano implicitamente fallito l’esperimento e quindi tornano al solito tran tran di machete, pistole, spade e via dicendo. E tutto questo per due gocce di pioggia. Tutto questo nonostante per tutti e 13 gli episodi della seconda stagione non cada UNA SOLA GOCCIA di pioggia. Tutto questo nonostante grandissima parte della terza stagione si svolga in interni, oltretutto nei corridoi labirintici quasi completamente al buio di un carcere infestato di non-morti, contesto in cui confondersi con gli zombi avrebbe evitato un numero incalcolabile di morti tra i viventi.
Invece no: siccome una volta, mesi e mesi prima, ha piovuto, decidono che la cosa non può funzionare, che è come a dire che dopo essermi dimenticato a casa lo spazzolino per una sera, allora non mi lavo i denti MAI PIÙ perché lo spazzolino può essere scordato.

Che poi, voglio dire, anche se avessero voluto mettere a dura prova la validità della soluzione facendo piovere perennemente, peggio che in Blade Runner (magari perché si viene a scoprire che la zombitudine è stata provocata da un cambiamento climatico radicale che boh che cazzo ne so), avrebbero comunque potuto continuare a cospargersi di intestini di zombi sopravvivendo grazie a una minchia di semplicissimo ombrello da 5 euro dei cinesi.
Oppure ancora, hey!, apri uno zombi bello grosso e alto e indossalo come una tuta, ficcatici dentro tipo Gordian!
Insomma, con quell’espediente apparentemente innocuo si sono cacciati in un vicolo più cieco di Ray Charles, perché chiunque sia un minimo sano di mente non può non chiedersi, ad ogni istante di ogni episodio di ogni stagione, fino a che la serie non sarà del tutto conclusa, per quale incredibile motivo quegli stupidissimi umani non evitino una morte MALA semplicemente facendo una doccia de budella.

Il bello, poi, è che – nella terza stagione – quando non sanno più che pesci pigliare per far avvicinare Michonne alla prigione, ecco che, d’incanto, allora l’espediente bagno di sangue torna ad essere magicamente valido, ma sempre solo per qualche minuto, giusto il tempo di far arrivare la turbonegra alla rete che circonda il carcere, poi basta, continuate a fare finta che questa cosa non l’abbiamo mai detta, non c’è niente da vedere, su, forza, circolare, voi sopravvissuti fischiettate guardando in alto, via, marsch!

Ma aspettate, non è finita.
Questo plateale Anthony Kiedis* non solo ha di fatto concluso l’intera serie a metà del secondo episodio, ma è anche UNA STRONZATA COLOSSALE.
Gli zombi distinguono i vivi dai loro simili per via dell’odore.
Bene.
Ora, per carità, potrei sbagliare, perché l’ultima volta che ho visto uno zombi è stato tanto tempo fa, ma se non ricordo male la condizione essenziale per essere zombi è essere morti, status che, a sua volta, può essere raggiunto solamente smettendo di respirare (volontariamente o non).
Ergo: mi chiedo come cazzo di cazzissimo sia possibile che un coso che NON RESPIRA percepisca un qualsivoglia odore.
Una cazzata nella cazzata. The Walking Dead è, in pratica, il telefilm della meta-stronzata.

* Un Anthony Kiedis è l’atto di spararsi su un piede. La scena di Point Break la ricordate tutti, sì?

PointBreak1

 

PointBreak2

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