Mortacci Twohy: la recensione di Riddick


RiddickQuando succede che i creatori di contenuto (qualunque esso sia) si mettono ad inseguire il pubblico – e non viceversa – ecco, io proprio mi storco assai.
Voglio dire: tu sei David Twohy, un regista un po’ così, quello che io ricorderò soprattutto per l’inqualificabile A Perfect Getaway con la sua scena PAZZA di inseguimento col montaggio uwebolliano (grazie per la dritta, Motosega). Ti sei meritato un sacco di pacche sulle spalle grazie a Pitch Black, dove hai praticamente scoperto Vin Diesel, che prima di allora aveva fatto – di degno di nota – solo una piccola parte in Salvate il soldato Ryan e aveva recitato in un corto dall’esilarante titolo di Multi-Facial, che credo sia una roba di bukkake giapponesi (e io, veramente, in una cosa del genere non voglio sapere che ruolo aveva VICIENZO). Per questo Pitch Black un sacco di gente ha detto che “Hei, a me questo Riddick qua mi piace un frego! MOAR!”, e tu gliene hai dato ancora con The Chronicles of Riddick. Ma attenzione, non ti sei limitato ad un tristo more of the same, no, ti sei inventato addirittura tutta una mitologia da zero, con necromongers, furiani, esseri eterei con la vestaglia de nonna e hai messo in piedi tutta un’allegoria di una civiltà arabeggiante che viene invasa da colonizzatori che o ti omologhi o muori e che fanno il bello e il cattivo tempo per via della superiorità militare ed economica schiacciante. Ecco, ti dico la verità, David Twohy: a me tutta questa cosa mi è sembrata un po’ cacata male e distante anni luce dalle premesse e dalle fondamenta su cui era stato costruito il primo capitolo, ma ho apprezzato lo sforzo e l’intenzione. Perché sì, insomma, era abbastanza una minchiata, ma era una minchiata nuova o che, se non altro, tentava di essere nuova, qualcosa che aveva un suo perché.
L’esperimento, però, in termini economici è andato male e, quindi, quello che voleva essere l’innesco di un nuovo franchise è diventato soltanto lo strano secondo capitolo di un film che sembrava tutta un’altra cosa.

Poi, però, è successo un fatto: la gente dell’internètt ha continuato a chiedere MOAR RIDDICK, ma a quel punto era abbastanza chiaro che il pubblico, dei necromonger, non ne voleva più sapere niente (e quindi figuriamoci i finanziatori della Universal, che hanno messo la tua foto con una X rossa sopra in tutti i caselli delle guardie all’ingresso). A questo punto, però, invece di inventarsi un’altra volta qualcosa di nuovo David Twohy ha tirato i remi in barca e si è messo ad inseguire il pubblico, dandogli un altro Riddick che non fosse altro che quello che già il titolo stabilisce chiaramente: “RIDDICK”.

 

Bel bozzetto! Ora, dov’è il film?

Spesso, quando si vuole convincere uno Studio a produrre un film, il regista (se non è uno ammanicato e potente a cui basta alzare la cornetta del telefono) realizza uno storyboard, un’animazione al computer, un mini-film o un qualsiasi cazzo che possa proporre ai vari suits l’idea di base, il tono generale e – in caso il film preveda una spiccata componente visiva – l’aspetto del tutto. Una sorta di bozzetto di extra-lusso (a volte messo in piedi con un budget che, ci scommetto quello che vi pare, supera quello di un film italiano vero e proprio), insomma, che dia un’idea molto più precisa di una semplice chiacchierata o di un testo scritto.

TheAvengersJoss Whedon ha convinto la Marvel così.

Ebbene, con Riddick si ha la sensazione di guardare proprio uno di questi “pitch” filmati che fa finta che gli altri due capitoli non siano mai stati girati.
Riddick non è altro che Pitch Black riscaldato al microonde, ma riscaldato male, come quando tiri fuori la roba e senti già dal fondo del piatto che il centro di ciò che stai per mangiare è ancora congelato.
Ora, io capisco che il budget a disposizione era limitato (o meglio, “limitato”) e capisco che, pur di completare il film, il poro Vicienzo abbia tirato fuori i dolla direttamente dalla sua saccoccia, PERÒ.
Però, ecco, spendere una montagna di soldi e un film intero (The Chronicles of Riddick) per costruire una mitologia da zero e poi buttarla al cesso (oltretutto quando era evidentissimo che avrebbero voluto mandare avanti la cosa ad libitum), beh, è senza dubbio una cosa che lascia un po’ così, soprattutto se si abbandonano i piani originali e si ricaccia fuori dall’armadio un bel personaggio solo per dare retta ad un pugno di gente su internet senza avere un granché da dire.

Per tutto il film hai l’impressione di stare a guardare una alternative cut di Pitch Black in cui ti mostrano cosa stava facendo Riddick mentre gli altri erano impegnati a cercarlo e a barricarsi in previsione dell’eclissi totale.
La continuità con il capitolo 2, The Chronicles of Riddick, viene liquidata in due secondi tramite un flashback in cui ci viene mostrato Vicienzo trattato come un fagiano (lui, che poco tempo prima aveva sfidato e battuto il Coso Supercoso diventando a sua volta Coso Supercoso in carica, fatto di cui si bulla tantissimo assumendo la posa di Conan il barbaro) perché, nonostante sia venerato come un dio e passi le sue giornate ad essere bramato da quattro donne con la pisella depilata, lui sente la nostalgia di casa. E così, morto di saudade, viene gabbato da Karl Urban che lo schianta su un pianeta sperduto, dove ha tutto il tempo per pensare che, forse, starsene tutto il giorno in mezzo a quattro fregne non è che facesse proprio schifo schifo schifo.

RiddickRagazzeEh.

Meanwhile in the middle of fucking nowhere…

E quindi ci ritroviamo con un Riddick solitario su un pianeta di teli verdi in cui ci viene proposta una rilettura di Wall-e dove, al posto dei cumuli di monnezza, il protagonista si ritrova a doversi confrontare a colpi di mutismo e monologhi interiori con le creature indigene, tutte ferocissime, piene di denti e gonfie di litri di veleno (in pratica, l’Australia).
Ora, vi dirò: tutta questa parte riflessiva (no, niente paura, nel mondo di Riddick “riflessiva” vuol dire che finisce sempre tutto a tibiate sulla testa ma senza umani intorno a dire “WOHA!”) non sarebbe neanche male, non fosse che – a un certo punto – salta fuori un cane tenero e, dopo poco, ti ritrovi a vedere i soliti mercenari che passano buona parte del loro tempo ad esprimere a parole l’essenza di Riddick (un fantasma antieroe che non si capisce mai da che parte sta), ovvero ciò che Pitch Black aveva fatto in gran parte per immagini e più efficacemente senza avere però già due film alle spalle a renderlo risaputo e ridondante.

RiddickCaneFufick.

Questo terzo capitolo, una volta entrati in scena i mercenari, abbandona qualsiasi tentativo di crearsi un’identità e si lascia andare ad una ripetizione assai stanca di quello che aveva funzionato la prima e – in piccola parte – la seconda volta, fino allo scatafascio dello svogliatissimo finale in cui entrano in ballo orde di mostri che, stavolta, vivono nell’acqua anziché nel buio e approfittano del provvidenziale arrivo di un diluvio biblico (o almeno questo è quello che ho intuito, ma potrei sbagliare e potrebbe trattarsi semplicemente di mostri che sbucano fuori in massa solo alla fine PERCHÉ SÌ). Per non parlare poi del pretestuosissimo e del tutto superfluo aggancio con Pitch Black dato dalle parentele di uno dei mercenari.
La sensazione generale, insomma, è quella di un film messo in piedi senza troppa convinzione e con lo stesso spirito con cui il film sembra essere stato richiesto, da un pubblico mascherato da un entusiasmo di paglia che, in realtà, stava solamente a significare “fanne un altro. Oppure no. Sì, boh, whatever”.

Di David Twohy, con Vin Diesel, Jordi Molla, Matt Nable, Katee Sackhoff, Dave Bautista, Bokeem Woodbine e Karl Urban

Recensioni
Final Thoughts

Fallita la genesi della mitologia di Riddick per via della tiepidissima accoglienza tributata a The Chronicles of Riddick, Twhoy e Vicienzo ci riprovano spinti dalla molla triste e scarica del MOAR internettiano e partendo dal concetto base di "Aho, quello i'era piaciuto, rifamolo". Direi che a posto così.

Overall Score 2.5 C'è poco da riddick

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