Non ho sonno


Nonhosonno(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito e rivisto a settembre 2013)

Qualche sera fa mi è capitato di incrociare ‘Profondo rosso’ su un canale di Sky. ‘Profondo rosso’ è uno di quei film che vedo sempre e comunque: ogni volta che lo becco per caso in tv, sento una forza dentro che neanch’io so shpiegare come che mi costringe a vederlo fino alla fine, nonostante il DVD dello stesso film sia comodamente a disposizione sullo scaffale della libreria, a portata di mano; stavolta, però, avevo un motivo in più per rivederlo, ovvero risolvere un dubbio che mi è sorto alla luce di tutte le puttanate allucinanti che Argento ha girato negli ultimi anni, e che avrei potuto risolvere soltanto guardando ‘Profondo rosso’ con occhi diversi, quelli del “senno di poi”.

What if?

Mi sono chiesto: “E se mi fossi sempre sbagliato? E se anche ‘Profondo rosso’ fosse un film del cazzo, salvato soltanto dall’aura di mito che lo ha sempre avvolto e con la quale mi è stato presentato fin da quando ero piccolo?”.
Sono bastate poche sequenze per capire che – come sempre – stavo dicendo solo un mucchio di stronzate: ‘Profondo rosso’ è proprio quel capolavoro di cristo che tutti ricordano.
A parte la recitazione agghiacciante di Daria Nicolodi (tipo quando fa la smorfiosa uscendo dalla casa di David Hemmings… madonna mia…), come è possibile non trovare tracce di puro genio in quel film? Al di là delle celebratissime inquadrature in macro e lo stile visivo innovativo, guardate con che razza di bravura vengono costruite le sequenze thriller, guardate la raffinatezza delle citazioni e della loro messa in scena (la versione “dal vivo” del famoso quadro di Hopper ‘The Nighthawks’), guardate – anzi, ascoltate – l’uso magistrale del sonoro e della musica (composta da un gruppo, i Goblin, in stato di grazia), guardate come vengono sfumati e descritti i personaggi, guardate l’impareggiabile inventiva con cui l’intero film è stato girato, guardate le facce felliniane che popolano gli sfondi, guardate la morbosità che trasuda da ogni fotogramma (e che proietta lo spettatore nel giusto stato d’animo), pensate alle decine di volte che ‘Profondo rosso’ è stato copiato (e continua ad esserlo: basta guardare il pupazzo meccanico di ‘Saw’) e ditemi se quello non è il lavoro di un genio al timone di una troupe di prim’ordine.
Vedendo ‘Profondo Rosso’ dopo qualche anno dall’ultima visione, insomma, ho confermato a me stesso che quel film merita in tutto e per tutto l’appellativo di “capolavoro” (anche se sono fermamente convinto che il punto più alto della carriera di Argento sia ‘Suspiria’, uno dei film horror più belli di sempre).

Tutto ciò, però, non ha fatto altro che aumentare a dismisura la tristezza che ho provato nel rivedere ‘Non ho sonno’, che nella filmografia di Argento credo si possa classificare nella sezione “Cagate allucinanti da prendere per il culo”, assieme a quell’abominio inclassificabile de ‘Il cartaio’ e a quell’abisso di orrore che è ‘Il fantasma dell’opera’ (mentre ‘La sindrome di stendhal’ si trova perennemente in bilico sull’orlo del precipizio).
E adesso già mi immagino la solita tiritera di “Eh, ma che scherzi? E l’omicidio sul treno? E il piano-sequenza sul tappeto rosso?”. Sì, ok: che in ‘Non ho sonno’ la mano di Argento sia nettamente più visibile ed efficace che negli altri film girati negli ultimi anni non ci piove, ma è pur vero che ‘sto cazzo di omicidio sul treno (che mi viene rinfacciato ogni volta; e basta aho, dai) non può salvare un film intero, NON PUÒ!, anche perché – se avrete la pazienza di seguirmi con la lettura delle prossime righe – tenterò di dimostrarvi come ‘Non ho sonno’ abbia, anzi, una delle sceneggiature più miserabili che si siano viste nella carriera di Argento (e a scriverla ci si sono pure messi in tre: lo stesso Argento, Franco Ferrini e Carlo Lucarelli).

Il pianeta delle scimmie

Innanzitutto, ‘Non ho sonno’ è il film che stabilisce definitivamente che Dario Argento crede che i rapporti umani siano equivalenti all’interazione che potrebbe instaurarsi in un gruppo di scimmie pazze cocainomani idrofobe: le persone, in questo film (come ne ‘Il cartaio’), non parlano: si urlano contro in preda ad una furia isterica stracciandosi le vesti o, quando va bene, si accoltellano verbalmente mantenendo a stento una maschera di compostezza. Quando poi c’è un motivo per urlare, ecco che i personaggi sembrano volersi strappare il cuore a mani nude l’uno con l’altro, le parole si trasformano in urla di demoni inferociti e il linguaggio del corpo suggerisce la voglia irrefrenabile di prendersi a colpi di gambe e braccia staccate e usate a mo’ di clava.
In pratica, Argento vive in un mondo di Zequili e Pappalardi pronti a squarciarsi la gola a morsi anche fosse soltanto per dirsi “buongiorno”.

Papà, mi passi lo zucch-TROOOIAAAAAA!!!

TTTTTROIA!

TTTTTROIA!

Prendiamo ad esempio una delle prime scene, quella in cui l’amica della prostituta (prima vittima del serial killer) perde di vista la sua macchina, posteggiata all’ingresso di una stazione, sorvegliato da un parcheggiatore che dorme in un’automobile.
Un essere umano del mondo reale, in una situazione simile, come si comportebbe? Considerando anche il mondo idealizzato dei film, in cui si possono piegare le leggi del buon senso a quelle della buona narrazione, credo sia lecito aspettarsi che – in una scena tuttosommato poco significativa come questa – ci si attenga ad un minimo di realismo, soprattutto se il contesto non richiede un’esposizione dei dialoghi costantemente al di sopra delle righe. Nonostante tutto, insomma, credo che chiunque, che si tratti di un film o meno, busserebbe al finestrino della macchina del parcheggiatore dicendo “Scusi, ha visto la mia macchina? Era parcheggiata qui”, “No, non l’ho vista”, “Mmmh, sicuro? Allora mi toccherà chiamare la polizia…”.
Ecco invece lo stesso dialogo nel mondo di Dario Argento, dove non si aspetta altro che una scusa per potersi sparare in faccia a vicenda:
- Lei, sbattendo ripetutamente la mano sul tetto della macchina in preda ad una furia fuori controllo: “Hey, HEY, SVEGLIATI, SVEGLIATI, E SVEGLIATI BRUTTO STRONZO, SVEGLIATIII!!! LA MIA MACCHINA DOVE STA???
- Lui: “E tu che cazzo vuoi???
- Lei: “La mia macchina dove CAZZO È FINITA? DOV’È FINITA LA MIA MACCHINA??? È metallizzata, era parcheggiata qui, avevo lasciato le chiavi nel cruscotto, allora mi dici dov’è adesso???
- Lui, con tono sarcastico: “E che ne so io, l’avrà spostata qualcuno
- Lei: “Ahaha! E tu stavi qui e non hai visto niente? MMME L’HAI FATTA RUBARE!
- Lui: “Vvvaffanculo!
- Lei, prendendo a calci lo sportello della macchina: “No, vado a chiamare la polizia, STRONZO!
- Lui: “SSSSSSSSEI UNA TROOOIA!!!
E la macchina della “troia” era solo a due passi di distanza, bastava ruotare la testa.
Ripeto: il cinema non deve per forza seguire le regole (scritte e non-scritte) della realtà, neanche quando si tratta di rapporti umani, ci mancherebbe, ma per dio…

疯狂的!

Facciamo poi la conoscenza del personaggio principale.
Il protagonista, Stefano Dionisi, è l’unico cameriere occidentale di ristorante cinese esistente sulla faccia della Terra. Voi pensavate non esistesse un cameriere occidentale in un ristorante cinese, e invece c’è: è lui. È come quando nei film americani c’è il migliore del mondo in qualche cosa: ce ne è solo uno, perché è il migliore del mondo, ed è proprio lì davanti a te.
Quando gli eventi delittuosi che gli hanno scatenato IL TRAUMA sembrano riaffiorare dal passato, ecco che Dionisi molla il suo esclusivo e prestigioso posto di lavoro e se ne torna a casa, scatenando le ire del padrone del ristorante, che per questo motivo inizia a bestemmiare in cinese con una sua connazionale, fatta eccezione per la parola “matto” riferita a Dionisi. Evidentemente il termine “matto” in cinese non esiste.
Una volta tornato a casa, Dionisi verrà completamente plagiato dall’ex commissario Ulisse Moretti (vedi sotto) e tutte le sue azioni – da quel momento in poi – saranno teleguidate dal vecchio poliziotto. Perché Dionisi si fida ciecamente di Moretti? Perché sì.

Il genio

E poi c’è Ulisse Moretti (Max von Sydow), il commissario in pensione.
Lui è il poliziotto che anni prima aveva risolto il caso del nano assassino, proprio quello che ora sembra essere tornato a colpire.
Viene definito “un genio”.
Hai presente quando parli co’ tuo nonno? Lui ti racconta (male, perché è rincoglionito, mischia i ricordi e quindi deve continuamente tornare indietro e ricominciare) di quando faceva il militare, con incredibili salvataggi col carroarmato, di quelle cose divertentissime dei commilitoni cosparsi di melassa, di quando faceva all’amore con una del posto, di ponti costruiti in una notte e di crani sfondati gagliardamente a colpi di baionetta, e anche se in realtà tu sai benissimo che la cosa più ardita che ha fatto è stato fare la guardia alla Simca del sergente, lo stai a sentire perché sai che alla fine ti regalerà 50 euro (che poi, “stai a sentire” si fa per dire: appena senti le parole “ma sai che una volta…” la tua mente alza uno scudo impenetrabile e il tuo corpo perde qualsiasi contatto con la realtà che ti circonda, diventi un involucro vuoto e raggiungi un’astrazione mentale che neanche i santoni indiani, ma vabbè…). Ecco, Ulisse Moretti è proprio tu’ nonno, quello che parla all’infinito dicendo cose inutili, e la cosa clamorosa è che Dionisi, invece di mettergli un plaid sulle ginocchia, dargli un bacetto in fronte e dirgli “sì, hai ragione, adesso però vado, eh?”, si fida di lui a morte, lo segue ovunque e – senza beccare neanche 10 euro – lo sta a sentire per tutto il film nonostante i seguenti fatti:

Seguono SPOILER

- Se tu fossi un ragazzo traumatizzato che ha visto la faccia della propria madre distrutta a colpi di flauto (lol), quale sarebbe L’ULTIMO POSTO AL MONDO in cui vorresti andare?
Esatto: il luogo del delitto, che è invece IL PRIMO POSTO in cui il genio Ulisse Moretti porta il protagonista appena tornato a casa.
- Il genio Ulisse Moretti impiega quasi tutto il film per capire che – nella filastrocca del fattore – “bestie” equivale a “animali”, e vive la scoperta come un’epifania.
- Il genio Ulisse Moretti confuta le sue teorie investigative con un pappagallo.
- Il genio Ulisse Moretti scopre (cioè, in realtà non scopre un cazzo, glielo dicono) che il nano che lui aveva accusato di essere il serial killer dietro alla prima ondata di omicidi, era in realtà del tutto estraneo ai fatti e che, per la vergogna, si è fatto sparare in testa da sua madre.
Ergo: non solo il genio compie indagini che non portano a una ceppa (l’unica intuizione giusta non servirà comunque a Dionisi a scoprire l’assassino) ma si viene a sapere che ha anche provocato la morte di un innocente e distrutto una famiglia.
Un genio.

Fine SPOILER

Come se una sceneggiatura senza senso, dei personaggi che non hanno la minima utilità e una recitazione fuori dal mondo non fossero abbastanza, Argento si cimenta anche in un’imbarazzante parentesi comica con un gruppo di nani che dicono cose da nani in maniera nanica, come “io avevo l’alibi, ero con la mia fidanzata“, battuta che dovrebbe far ridere perché – secondo Argento – il fatto che un nano dica di avere una ragazza è una cosa che fa scoppiare le viscere dalle risate, il tutto condito dagli ammiccamenti di un poliziotto (che fa delle espressioni che stanno a dire “sono in mezzo ai nani e questa è una cosa buffa”) e da una musica nanetta per via della quale il diavolo ha già occupato un intero salone dell’inferno, mettendo sulla porta un cartello con scritto “Per Claudio Simonetti”.

Quello che distingue definitivamente (e in negativo) la sceneggiatura di ‘Non ho sonno’ dalla cacca semplice, però, è la soluzione del giallo.
Prima di proseguire è necessaria una premessa: probabilmente molti di voi, leggendo le seguenti righe, penseranno che ci siamo sbagliati, che abbiamo capito male, che un qualche particolare della storia e/o dei dialoghi ci deve per forza essere sfuggito. Sappiate dunque che per essere assolutamente certo di quello che sto per scrivere, ho rivisto ‘Non ho sonno’ per quattro volte ESCLUSIVAMENTE per questo motivo, prestando quindi la massima attenzione ad ogni battuta e ad ogni sviluppo della vicenda, e nel farlo, nelle varie visioni sono sempre stato accompagnato da Tiziano. Vi confesso che io stesso stento ancora a credere che quella che ho visto sia la realtà dei fatti; in un angolo remoto del subconscio c’è una voce che mi dice che no, non può essere vero, che ci dev’essere stato un intoppo in fase di montaggio, che sia saltata qualche scena e che per ben quattro volte abbiamo frainteso qualche linea di dialogo.
Comunque, a meno che due persone non abbiano preso un quadruplo abbaglio, ecco l’incredibile finale di ‘Non ho sonno’:

In the mouth of madness

Segue SPOILER

Facciamo un riassunto della conclusione: Dionisi e Chiara Caselli – seguendo il barbone che custodisce il fantoccio – scoprono che l’assassino è l’amico di infanzia del protagonista e che è riuscito a scaricare le sue colpe sul nano morto, grazie anche alla protezione del padre.
Quando il serial killer sta per prendere il sopravvento e minaccia la Caselli con un coltello alla gola, il provvidenziale intervento della polizia, dall’esterno della casa, fa sì che l’assassino muoia per un colpo di pistola alla testa passato attraverso la finestra e sparato da un agente in strada.

Bene. La domanda è: come è arrivata fin lì la polizia?

Risposta: il serial killer è stato smascherato perché – mettendo i telefoni sotto controllo, a campione – la polizia ha scoperto che in quella casa c’era una linea attiva ma inutilizzata. Stop.

Ripeto e riformulo: la polizia scopre che a Torino c’è un numero telefonico attivo ma inutilizzato. Sulla base di questo (e SOLO di questo), varie pattuglie corrono a sirene spiegate sul luogo in cui è stata rintracciata l’utenza in disuso e SPARANO IN TESTA ALLA PRIMA PERSONA CHE CAPITA DAVANTI ALLA FINESTRA, senza sapere minimamente cosa stesse succedendo in quella casa e chi fosse e cosa stesse facendo l’individuo intravisto attraverso i vetri (riguardate la scena: è impossibile che qualcuno abbia visto un uomo minacciare col coltello una donna PRIMA di sparare, impossibile). Tutto questo perché avevano scoperto che in quella palazzina qualcuno non telefonava da un anno.

Bastava fa’ un saluto a nonna

“No, dai, non può essere”.
Sì, giuro, è così.
“Vabbè, ma la polizia l’avrà chiamata uno di loro, ci saranno state altre indagini, dai”.
No: la Caselli va effettivamente a chiamare la polizia prima di entrare nell’edificio, ma viene raggiunta e stordita dall’assassino prima che riesca a farlo, e – una volta in casa – quando il killer dice di aver chiamato gli agenti, mente sapendo di mentire e un minuto dopo lo rivela anche ai due amici, che a quel punto contano proprio sull’intervento degli sbirri.
Per quanto riguarda le indagini, la polizia non arriva neanche ad essere sfiorata dal più lieve dei sospetti nei confronti del reale assassino, la cui identità rimane del tutto ignota anche a quella testona di cazzo di Ulisse Moretti.
Il fatto, poi, che la polizia sia arrivata alla casa per via della linea telefonica funzionante ma inattiva, viene dichiarato durante i titoli di coda, in cui si sente un agente dire a chiare lettere “Vedi che alla fine hanno pagato i controlli dei telefoni? C’era chi non ha telefonato… per un anno” (frase, quest’ultima, pronunciata con un tono che sta a dire “…hai capito ‘sto fio de ‘na mignotta?”).

Insomma, se avete una casa al mare, o comunque un’abitazione in cui ci sia un telefono inutilizzato, state in campana perché potreste finire ammazzati, e per dio STATE LONTANI DALLE FINESTRE.

Fine SPOILER

Ecco, io in questi casi (e non mi riferisco soltanto a ‘Non ho sonno’, ma a tutti i film in cui c’è un buco di sceneggiatura di portata stupefacente) rimango intrappolato in un unico pensiero che mi gira nella testa all’infinito, in loop, ovvero: come è stato possibile? Insomma, voglio dire: passi che uno degli sceneggiatori se ne sia uscito con una simile stronzata, e ok, ma come ha fatto una tale cazzata a passare indenne attraverso tutti gli “strati” che compongono un film? Uno si inventa un finale del genere e nessuno dice niente? Come può essere? Gli altri sceneggiatori non hanno detto niente? E il produttore? E gli attori? E il montatore? Possibile, cristo, che NESSUNO abbia avuto il coraggio di dire “Dotto’, scusi eh, ma…”? È per questo motivo che, nonostante tutto, ancora credo di aver capito male; anche se so che il finale è proprio quello, non riesco a crederci.
Se avete la Verità sul fatto, siete pregati di condividerla qua sotto, nello spazio dei commenti.

Maledetto Argento…

Diretto da Dario Argento, con Stefano Dionisi, Chiara Caselli e Max Von Sydow

Thriller
Final Thoughts

Se avrete la pazienza di seguirmi, tenterò di dimostrarvi come 'Non ho sonno' abbia una delle sceneggiature più miserabili che si siano viste nella carriera di Argento (e a scriverla ci si sono pure messi in tre: lo stesso Argento, Franco Ferrini e Carlo Lucarelli), in un film che si distingue per un intreccio senza senso e per un ristoratore cinese che non è in grado di pronunciare la parola "matto" nella sua lingua.

Overall Score 1.5 Ma che cazzo...

comments powered by Disqus