The Machine Girl (Kataude Mashin Gâru)


TheMachineGirlIl mio saggio professore di grafica, alle superiori, lo diceva sempre, è stata una delle prime cose che ci ha insegnato: “Quando dovete rappresentare qualcosa attraverso i suoi simboli, sceglietene uno e non accostatene più di due, altrimenti verrà fuori una porcheria pacchiana”.
In questo senso, The Machine Girl è il non-plus-ultra della porcheria pacchiana.

Se cercassi di incasellarla in un qualche genere, questa storia di vendetta perpetrata da una scolaretta ai danni della banda di bulli che le ha ucciso l’amato fratello minore non potrebbe che essere “Cosa Pazza Giapponese”, un delirio misto di splatter estremo (alla ragazza viene tagliato via un braccio, che verrà sostituito da un MITRAGLIONE portentoso, da qui il titolo The Machine Girl) e azione che – anche grazie ai toni demenziali piuttosto in evidenza – si avvicina molto alle atmosfere di un film come Stacy.
Questa ennesima follia del Sol Levante, però, ha la particolarità di riempire i suoi 96 minuti di durata con tutti (ma TUTTI) gli elementi che, da 20 anni a questa parte, hanno contraddistinto e reso celebre in tutto il mondo l’arte cinematografica e fumettistica giapponesa.

La yakuza?
C’è.
Le scolarette col gonnellino?
Ci sono.
Inquadratura upskirt con mutande in bella vista?
C’è.
Studenti cattivi con i capelli davanti a un occhio che ad uno sguardo occidentale sembrano soltanto dei frocetti ridicoli?
Ci sono.
Guro?
C’è.
Sangue che spruzza a dieci atmosfere?
C’è.
Sadismo?
C’è.
Crudeltà?
C’è.
Sushi?
C’è.
Il ciccione con gli occhiali?
C’è.
Katane?
Quante ne vuoi.
Ninja?
Pure.
Lesbismo latente tra la protagonista e la sua migliore amica?
C’è.
Tensione erotica suggerita tra fratello e sorella che sembra non vedano l’ora di sbattersi a sangue?
Ci puoi scommettere.

TheMachineGirl01

Signò, che faccio, lascio?

Insomma, c’è T U T T O. Tutto in 96 minuti, una concentrazione tale da formare un buco nero capace di inghiottire tutto ciò che lo circonda, luce inclusa.
Così, su due piedi, l’unico elemento assente che mi viene in mente è il pisellone tentacolare di un qualche demone, ma per il resto The Machine Girl è un mega-Bignami di tutto quanto fa giapponese al giorno d’oggi.
Certo, leggendo un simile riassunto di primo acchito verrebbe da dire “Fico!”, ma è innegabile che il film – per quanto spassoso – sia roba da turisti, l’equivalente filmico di una trattoria romana arredata come una scenografia di Rugantino in cui i camerieri sono vestiti da centurioni, ti accolgono con un “a fìo de ‘na mignotta mettete a sede” e ti legano al collo un bavaglio col numero 10 e la scritta “Totti”.
Divertente, sì, ma forse soltanto per mezz’ora.

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Ad occhio e croce deve aver influito molto (probabilmente) la produzione a cura di Tokyoshock, divisione della compagnia statunitense Media Blasters completamente dedicata al cinema estremo orientale.
È probabile che – come un tedesco che chiede al cameriere italiano un piatto di carbonara con la besciamella perché a lui piace così – la società produttrice abbia spinto su una sorta di blanda occidentalizzazione rendendo di fatto The Machine Girl un’orgia di giapponesità. Questa forzatura (non troppo invadente, a dire il vero) si è rivelata essere un’arma a doppio taglio capace sì di scatenare nello spettatore più avvezzo il già citato effetto-turista, ma anche di limare gli spigoli da sempre più appuntiti della cinematografia “off” nipponica: in The Machine Girl, infatti, grazie a dio non c’è traccia di interminabili e inutili dialoghi su come il Kazzuya di turno si senta emo per via del peso dell’influsso di un qualche antichissimo spirito delle mie palle del quale a nessuno frega una ceppa, così come non esiste la sempre presente e sempre mortale “Parte Centrale Defunta Insostenibile e Strascinata Fino a Che Non Arrivi Ad Un Passo Dallo Spegnere Tutto e Mandare Affanculo Il Giappone Intero Ma Proprio Uno Per Uno Che Tanto Quelli Manco s’Offendono Anzi Ti Fanno Pure L’inchino e Ti Danno Il Biglietto Da Visita Con Due Mani Ahaha Che Gonzi”.
Ecco, quella parte non c’è.

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Grazie ad uno spirito di fondo assai cazzaro, ai toni più ridicolmente seri smorzati costantemente da uno spassoso splatter estremo (e da una recitazione quasi amatoriale) e ad un’indubbia voglia di divertire e buttalla in caciara, il film – a conti fatti – si rivela essere comunque un dignitosissimo intrattenimento stronzo.

Di Noboru Iguchi, con Minase Yashiro e Asami

(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito, nel giugno 2008, e rivisto a novembre 2013; la recensione si riferisce all’edizione DVD americana del film. La versione italiana, quindi, potrebbe differire per alcuni particolari)

Recensioni
Final Thoughts

Mega-mignottata ciappanese divertente quanto insoddisfacente per chiunque abbia una certa familiarità col genere. Essenziale per i n00b, prescindibile per gli altri. Da vedere solo quando si è in crisi di astinenza di cose assurde

Overall Score 3 G I A P P O

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