John Rambo (Rambo)


Rambo01Occhei, dai, l’esperimento fatto con Rocky Balboa non era poi così male: portare in scena – sull’orlo della metacinematografia – un personaggio che riflette su se stesso, un’icona che fa i conti con il tempo trascorso sia fuori che dentro lo schermo e che scende a patti con la propria vecchiaia dopo aver salutato il pubblico con un ultimo guizzo d’orgoglio pazzo (anche se non ha ammazzato a cazzotti in testa quel coglione parassita di Paulie, e questo non glielo perdonerò mai) ha suscitato più piacere che trishtezza.
Vista l’ultima prova di Stallone e visto il titolo scelto (John Rambo, che all’inizio avrebbero dovuto utilizzare anche negli USA, dove hanno poi optato per il più semplice Rambo), c’era da aspettarsi un approccio da “commiato esistenzialista” (anche se a modo suo, con la gente che esplode) anche per il belligerante ex-berretto verde ma, nonostante il nome e il cognome sul cartellone, ad aspettarvi al cinema troverete quello che in tutto e per tutto è Rambo 4.

Rimanendo in un’ottica strettamente cinematografara, Stallone si è comportato come se dal recupero del colonnello Trautman in Afghanistan non fosse passato un solo giorno, facendo evolvere (tieni, ecco, prendi queste: ” “) il personaggio sulla scia dei primi tre capitoli, in cui, mano a mano, l’umanità di Rambo scompariva per lasciare il posto alla macchina da guerra ottenendo, come risultato, un super-soldato ormai fracico di cinismo e nichilismo che, nonostante tutto (ormai non fa neanche più finta di essersi ritirato: fa un po’ il difficile quel tanto che basta per farsi pregare dalla missionaria bionda invece che dal missionario borcio), si presterà all’azione con la faccia di quello che sa fin dal principio che finirà – come sempre – a MITRAGLIONI FUMANTI.
E questo è quanto.

Introspezione a budella in mano

Il distacco dalla “new-wave stalloniana” (a questo punto durata un solo film) va di pari passo con quello dagli episodi precedenti: in John Rambo non troverete nessun commiato esistenzialista ma neanche one-liner fulminanti, nessuna traccia di tattiche che non vedi l’ora di replicare in casa alla prima occasione (magari nascondendosi nel fango in giardino per fare gli agguati a tua sorella) e di monologhi capaci di trasformare una generazione di giovani uomini in stracci di lacrime (“cerco di rimetterlo insieme ma le sue budella mi scappano sempre fuori… E DESSUNO BI AIUDA!!!”), niente di tutto questo; quello che troverete è un uomo che è il prodotto della somma di Rambo 1 + 2 + 3, una specie di sasso muto capace di utilizzare arco, frecce, coltello e mitra e desideroso di puntare i riflettori sui casini terrificanti di un popolo immerso nella merda fino al collo (stavolta tocca alla Birmania).

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RamboDraculaNNGGHHHH…

Che poi, ad essere onesti, un Rambo 4 (invece che un Rocky Balboa applicato a Rambo) ci poteva anche stare, ma non a queste condizioni: al di là del fatto che il budget è un decimo di quelli dei bei tempi (e ciò si nota prima di tutto dalla direzione della fotografia, piatta e senza ispirazione), che avevano permesso di fare esplodere montagne ed elicotteri e di mettere James Cameron alla macchina da scrivere, c’è da dire che in questo caso la trama è terribilmente asfittica, poverissima, anche considerando gli standard del genere, anche se messa a confronto con quella di Rambo III (“Dedicato al valoroso popolo afghano”, che è una cosa che dal 2001 fa ride una cifra), anche se si accetta di sostituire la parola “trama” con il termine “scusa per fare i botti”.

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RamboEnjoyNNGGHHHH…

La risicatezza della produzione, unita alla quasi totale assenza di una qualsiasi articolazione narrativa (anche pretestuosa), fanno di questo capitolo un Rambo POVRO che si avvicina pericolosamente ad essere un Chuck Norris di lusso, dove tutto si riduce ad una minuscola operazione di recupero ostaggi (tutto quello che succede nel film potrebbe essere condensato nello spazio di una riga) con contorno di comparse filippine che si buttano nelle foglie (sì, lo so, questi sono tailandesi, ma piace immaginare che in un punto imprecisato di qualche giungla ci sia un magazzino di comparse filippine che stanno lì dagli anni ’80, vestite in divisa militare fin da allora e chiuse dentro file di armadietti tempestati di naftalina, arbre magique e foto autografate di Michael Dudikoff).

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RamboJacksonNNGGHHHH…

Se non ci fosse Stallone e il nome “Rambo” a dare un po’ di lustro alla produzione (che non ha potuto contare neanche su Jerry Goldsmith alla colonna sonora, portato via dal Tristo Mietitore quattro anni fa), questo sarebbe un film da direct-to-video, una roba da noleggiare distrattamente quando si ha voglia di Steven Seagal e di gente che spara ai barilotti di dinamite posti all’ingresso di ogni capanna che si trova nella giungla come fossero zerbini con scritto “welcome”.

Madò!

Quello che in parte distingue John Rambo dagli altri episodi della serie (e da tutti i film d’azione precedenti) è il livello di PWNAGE EXTREME, brutalità, sangue e budella su schermo, pari a quello di un horror moderno: non solo vengono ammazzati a pistolettate in petto e a colpi di baionetta anche i bambini (!), ma tutti quelli che hanno la sventura di incrociare frecce, proiettili o machete non si limitano a morire con un numero imprecisato di fori in corpo ma finiscono a pezzi quando hanno la fortuna di non esplodere in una pioggia di sangue. Questo, insomma, è il film della morte poco igienica il cui apice viene toccato in una lunghissima sequenza in cui Rambo mitraglia mezza Birmania, compresa una camionetta piena di soldati che finiscono nella stessa maniera in cui finirebbe un gruppo di esseri umani se qualcuno gli lanciasse addosso una cinquantina di frullatori accesi; una scena che è la traduzione filmica di quando ti rompi i coglioni di giocare normalmente a Vice City e ti piazzi in un punto della città a sparare ai passanti finché la polizia ti cannona.

Se Jason avesse gli incubi sognerebbe Rambo, e se Rambo avesse un quinto capitolo a disposizione, beh, sarebbe quello in cui morirebbe di AIDS contratto dall’assorbimento del sangue di almeno 725 guerriglieri diversi.

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RamboGodzillaNNGGHHHH…

Stallone, fortunatamente, è stato intelligente a sufficienza da evitare scene imbarazzanti: la maglietta che indossa rimane sempre al suo posto, non prende tristi scorciatoie inquadrando di spalle una qualche controfigura impegnata a fare acrobazie impossibili per un sessantenne e – quando le cose si fanno movimentate – rimane per la maggior parte del tempo ancorato ad una calibro .50 a dispensare morte mala su tutto quello che si muove.
Ciò non toglie, però, che John Rambo sia un film che ha ben poco da dire, anche includendo la pochissima voglia che aveva di dire qualcosa, completamente privo di carne da mettere al fuoco (anche – ed è qui che sta il vero fallimento – a livello meramente spettacolare) e che può contare su una minima dignità riflessa esclusivamente in virtù del fascino del personaggio.
Spogliate John Rambo della sua dote e rimarrete con il solito casino nella giungla buono al massimo per Wesley Snipes.

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RamboRamboNNGGHHHH…

Grazie a Bitumba per l’invito all’anteprima.

(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito, nel febbraio 2008, rivisto a novembre 2013 e si riferisce alla versione “Uncut” del film)

Di Sylvester Stallone, con Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden e Graham McTavish

Recensioni
Final Thoughts

Che il titolo con nome e cognome non vi inganni: questo non è altro che un Rambo 4 fatto con un budget che è un decimo dei tempi d'oro e con meno idee. Da vedere solo per credere alla brutalità pazzesca delle uccisioni messe in scena.

Overall Score 2.5 NNGGHHHH...

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