Incubus


Incubus(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito, nel gennaio 2008, e rivisto a novembre 2013; è importante notare che, all’epoca, le uscite dirette in digital download e in streaming erano pressoché inesistenti)

Se tu sei un film e scopri di avere al tuo interno Tara Reid, ti senti come un tizio che va da un dottore che gli dice “Dentro di lei c’è un male incurabile”, e alla domanda “Quanto mi resta?” il medico, invece di fare una stima approssimativa in mesi, settimane o giorni, risponde guardando l’orologio.
A confortare le aspettative di vita di Incubus, insomma, non è arrivato neanche il benevolo Dottore del Cinema, quello che porta un po’ di conforto ai casi più disperati prevedendo – se non altro – un’uscita direct-to-video che possa dare un paio di mesi di visibilità al paziente moribondo: questo horror con Tara Reid, infatti, è stato distribuito direttamente su internet per il download a pagamento, creando una nuova fascia di umiliazione (il direct-to-download, appunto) per tutti gli Steven Seagal, gli Stephen Baldwin e le Tara Reid del mondo, in attesa del punto zero che sarà il direct-to-eMule o il direct-to-my-ass.
In seguito il film è stato distribuito anche in home video, ma il primato della tristezza, ormai, non glielo toglierà nessuno

Incubus, in pratica, consiste in 84 minuti di gente che cammina in vari corridoi chiamandosi l’uno con l’altro.
Un gruppo di giovini resta con l’auto in panne nel mezzo di un bosco; per cercare aiuto si intrufola in un edificio apparentemente abbandonato e si ritrova nel bel mezzo di un esperimento scientifico pazzo in cui un serial killer (creduto morto) viene tenuto legato ad un macchinario che gli permette di fare Freddie Krueger e di mavovrare le persone attraverso i sogni, come fossero burattini.

Il film è una merda tiepida, una rottura di coglioni, qualcosa che, in effetti, non meritava neanche di prendere polvere in un Blockbuster.
Ripeto: un’ora e venti minuti di gente che cammina e grida nomi a caso.
Però…
Però, ecco, ci sono tre momenti, in questa inutile perdita di tempo, che non possono passare inosservati e che mi hanno QUASI convinto a premiarlo con una sola stella.
Vediamo quali (con SPOILER).

FACCIAMO UN ESPERIME-ooops…

Insomma a un certo punto Tara Reid capisce tutto (che è come dire “Alessia Fabiani capisce tutto”, attribuendole capacità mentali che vanno al di là della memoria del proprio nome; il cuore, per fortuna, funziona da solo) e viene rivelato il meccanismo spiegato qualche riga fa che vuole un maniaco in animazione sospesa capace di controllare menti e corpi altrui attraverso i sogni.
Dopo la spiegazione, uno di loro ha un’ideona:
- Dai dai dai dai, FACCIAMO UN ESPERIMENTO! Leghiamo uno di noi, aspettiamo che si addormenti e vediamo se è vero che quello si impossessa delle persone mentre dormono!
- …e?
- “e” cosa?
- E poi???
- Eh, no, niente, lo facciamo tanto per!
E infatti, senza alcuna motivazione solida e concreta, Tara Reid e un altro coglione legano la più esile del gruppo (che infatti mostra di non essere tanto certa che quella sia una brillante idea, esprimendo il disappunto con una faccia che sta a dire “ma voi siete proprio sicuri eh?”) e la fanno addormentare.
Ora, se tu fai addormentare una tipa nei pressi di un serial killer che controlla le persone attraverso i sogni, cosa ti aspetti che succeda?
Esatto: tempo cinque minuti e – dopo un breve sonno – la ragazza legata comincia a dare segni di nervosismo digrignando i denti, mostrando in maniera chiarissima la voglia di ammazzare qualcuno squarciandogli la gola a morsi e agitandosi come una centrifuga, al punto che i nodi delle corde che le stringono mani e piedi iniziano a sciogliersi.
A quel punto, la soluzione è una e una soltanto: AMMAZZARLA COME UN CANE, soffocandola con un sacchetto di plastica in testa.
No, bravi.
Per dimostrare un’ovvietà hanno ucciso in una maniera terrificante una loro amica.
Sì, insomma, l’esperimento non è stato proprio – diciamo così – un successo, ecco.
Anche perché non serviva a un beato cazzo.

MA SÌ, CHE FRETTA C’È?

Quanti guai che riesce a creare un serial killer in coma, mamma mia!
Se solo riuscissero a spaccargli la testa sarebbe tutto risolto.
Eh, ma chissà quant’è difficile: sicuramente i vetri della camera in cui è chiuso saranno antiproiettile, anzi, antirazzo, anzi, antibombatomica!
Ma la camera non ha una porta? Figurati, quando mai! E anche se ce l’avesse sarebbe protetta da una di quelle serrature che bisogna aprire in due girando contemporaneamente otto chiavi forgiate nel platino e nascoste in altrettante casseforti sparse ai quattro angoli del globo, giusto?

No.

La porta c’è.
È una porta comunissima.
E loro hanno le chiavi.
Hanno le chiavi, per dio.
Da ore.
ORE.
Però, prima di entrare, aspettano che muoiano quasi tutti.
Così, per educazione, per non disturbare.
Si lasciano ammazzare.
Uccidono una loro amica.
La uccidono dopo un esperimento dal valore pari ad una bustina di scimmie di mare.
Poi, come se niente fosse, proprio quando tu sei ormai certo che non esista modo al mondo per entrare in quella stanza (perché “dai, cazzo, ti pare che non ci hanno pensato prima?”), uno dei protagonisti si spazientisce e apre la porta con la stessa facilità con cui si potrebbe bere un bicchiere d’acqua.
E una volta che si decide ad entrare nella stanza in cui giace INERME la fonte di tutti i loro problemi, invece di spappolargli la testa con il martello di Thor, invece di mangiargli il cuore, invece di ridurlo in coriandoli con le forbici, invece di ingoiarlo intero, digerirlo e ricacarlo, che fa? Gli stacca i fili e se ne va.

Il serial killer, ovviamente, dopo una frazione di secondo è di nuovo in piedi.

DELLE VOSTRE COSE DI INCUBI MI FRECA CAZZO: APATIA WINS

È una delle regole non-scritte dell’horror, da sempre.
Ogni volta che in un film dell’orrore (o in un disaster-movie) qualcuno va a cacciarsi volontariamente e consapevolmente in una situazione apparentemente e fin dal principio senza uscita, si giustifica il tutto mostrando le terribili conseguenze di una scelta alternativa.
Esempio:
- “Hei, abbiamo la macchina rotta e sta piovendo. Andiamo a chiedere aiuto in quel castello sul cui portone c’è scritto ‘IO CONTENGO L’AIDS’, presto!”
- “Ma che siete matti? Ma non lo vedete che è MALO? Io me ne vado da solo lungo questo sentierò, tiè!”
- “No, fermi, non dategli retta! Ho ragione io perché me lo sento!”
- “Vabbene, dai, veniamo con te, lasciamolo solo e tristo.”
A questo punto, dopo pochi minuti, il film ci mostrerà l’indomito solitario sbranato dai lupi e quindi punito per la sua superbia.
Non è importante che il gruppo ne sia al corrente, quello che conta è che lo spettatore sappia che non c’era altra strada se non quella scelta dai personaggi protagonisti, in modo da evitare considerazioni come “Hah! Che manica di stronzi!”. Eh no, non potevano fare altro, vedi?

Bene.

Incubus infrange questa regola in maniera spettacolare.
Riassumiamo la situazione:
- Un gruppo di ragazzi rimane senza benzina nel bel mezzo di un bosco.
- Il gruppo si incammina alla ricerca di aiuto.
- Una ragazza è contrariata perché per affrontare i sentieri dovrà sporcarsi le scarpe.
- Il gruppo trova un edificio circondato da una rete metallica, individua uno squarcio nella recinzione e si intrufola all’interno della costruzione dal tetto, attraverso un condotto dell’aria, calandosi con una corda.

La ragazza che teme per le sue scarpe, invece, sapete che fa? Dopo qualche minuto di titubanza trascorso sul tetto, affacciata sull’imboccatura del passaggio, gira i tacchi e se ne va.
Scende dal tetto, esce dal recinto e prosegue sul sentiero.
Ok, viene mangiata dai lupi?
No.
Cade in uno dei venti burroni che circondano l’edificio?
No.
Viene raggiunta dall’influsso del maniaco?
No.
Viene strupata dai bruti?
No.

La cosa meravigliosa è che, alla fine del film, scopriremo che a quella ragazza non è successo proprio un cazzo di niente e che AVEVA RAGIONE LEI: nell’ultima scena, infatti, la ritroveremo comodissimamente adagiata sul sedile posteriore di una macchina della polizia, senza un graffio, linda e pinta, beatamente ignara di tutto, con la faccia riposata ed un’espressione sul volto che rivolge all’unica, martoriata superstite come a dire “Aho, tuttapposto?”.

Quelli stanno là con diecimila cazzi per il culo, esperimenti finiti male, serial killer, sangue, urla, terrore, raccapriccio, morte, pessimo feng-shui e nel mentre, la tipa – che non ha fatto altro che girarsi e andarsene senza dire “A” – s’è fatta una passeggiata, è arrivata al paesino e magari s’è mangiata una pizza in scioltezza, s’è trovata un albergo e poi, la mattina dopo, visto che gli altri ancora non si vedevano, si è detta “Boh, vabbè, fammi avverti’ la polizia va, hai visto mai”.
E quella – adesso sì – manica di stronzi non avrebbe dovuto fare altro che darle retta e seguirla.
In pratica, il film avrebbe potuto tranquillamente non accadere del tutto.

Che poi, ripensandoci a posteriori, la cosa più bella del mondo è IL MODO in cui lei se ne va: senza il classico sturm und drang, senza il minimo DRAMA, senza TENSION, addirittura senza neanche un timido “Ma/però/forse”, no, N I E N T E: se ne sta in splendida solitudine su quel tetto ad ascoltare i grilli, si affaccia nel passaggio e per qualche minuto, senza dire una parola, pensa “sì, no, io mò secondo loro dovrei aggrapparmi alla corda, e scendi, e suda (che poi puzzo), e rovinati le scarpe… Ma sai che c’è?, io pìo e me ne vado, bella pe voi. Aho, a me mi fa fatica. E sali e scendi e cammina e fai e su e giù… cioè ma chi ve se ‘ncula”.
Poi piglia e se ne va.

E aveva ragione lei.

Di Anya Camilleri, con Tara Reid e un mucchio di gente con nomi assurdi che mi costringerebbero ad un quarto d’ora di copia/incolla

Recensioni
Final Thoughts

Uno dei punti più bassi di una carriera bassissima, quella di Tara Reid, in un film che non solo fa cacare ma che - cosa assai rara - dà a sé stesso la possibilità di non esistere neanche. Ammettetelo, non è una cosa facile. Forse il testo potrebbe invogliare qualcuno a vederlo, ma vi garantisco che l'unico modo per uscirne vivi è agire come la superstite del film: girare i tacchi e andarsene.

Overall Score 1.5 Aveva ragione lei

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