∞ Eternal: i film che rivedi all’infinito #2 – Filippo ∞


Quando si parla di film visti e rivisti compulsivamente per decine di volte, quelli con una struttura episodica (in cui gli avvenimenti occasionali sono più importanti della base narrativa che fa da collante) sono micidiali, sono la pipetta di crack del cinema: il meccanismo Vedo Solo Quest’Altra Cosa Che Succede Adesso e Poi Spengo, ti intrappola anche in corsa, a film iniziato (in caso lo beccassi per caso in tv). Perché per quanto Pansòn, nella sua lista, parli soprattutto di ammore, quello che veramente spinge a ricorrere sempre agli stessi film, quando la tua non è proprio fame ma più voglia di qualcosa di dolce, credo sia la pazzia totale. È esattamente come diceva il raffinatissimo chansonnier Jacques Brel nel 2003: “No es amor lo que tu sientes se llama obsesiòn!”.

Anche perché – pensateci – quante volte vi è capitato di andare a riprendere un film già visto un numero insano di volte soltanto perché vi è tornata in mente una piccolissima scheggia di una particolare inquadratura che, da sola, riesce a far crollare tutte le mura poste a difesa della vostra debole psiche?

Questo non è amore, è follia.

ThisIsMadnessEcco, appunto.

Non so gli altri, ma se sono arrivato a vedere certi film quel numero assurdo di volte è anche perché non ho ceduto solamente quando, verso mezzanotte, ero in casa e non sapevo bene cosa fare ché tanto domattina non andavo al lavoro e quindi mi vedo un film, no: si tratta soprattutto di compulsione irrefrenabile, che mi piglia anche in mezzo alla strada, in pieno giorno, per qualsiasi e insondabile motivo (la strada è sporca –> terra –> sabbia –> la sabbia che vola attorno a Jordi Mollà –> Bad Boys II –> DEVO VEDERE BAD BOYS II) e che mi fa venire le spirali negli occhi rendendomi uno zombie fino a quando non vedo Bad Boys II.

SummerOfSam- Signor cane, la prego, non un’altra volta, non posso, mi lasci libero!
– ZITTO! Devi… vedere… Bad Boys II… Baaaaaaad… Booooooys… Duueeeeeee…

La mia lista personale, al contrario di quella di Pansòn, è completa (non divisa per annate) e ordinata per il numero di volte approssimativo che ho visto un dato gruppo di film, partendo da “Un botto di volte” a “C’è uno psichiatra in sala?”. Ci sono anche altri film che ho visto altrettante volte (Halloween, Alien, tutti i film di Edgar Wright, Gli incredibili…), ma se sono stati esclusi da questa lista è perché manca l’effetto pera d’eroina e quindi perché, con quelli, il confine che separa il puro piacere dalla necessità malsana è molto più netto.
Tenterò di individuare, per ogni film, quali sono i motivi che ogni volta mi spingono a dire “Ma sì, dai, ANCORA”.

* Dalle 10 alle 20 volte *

Psyco

Psyco

Innanzitutto, il bianco e nero è confortante. Quando ti trovi in quella zona grigia in cui sarebbe già tardi per iniziare a vedere un film e, allo stesso tempo, è comunque ancora presto per andarsene a dormire, un vecchio film in bianco e nero, col suo doppiaggio che sembra provenire da un citofono attivato da voci con pronunce e termini d’altri tempi, è uno dei modi più piacevoli con cui si possa passare dalla veglia al sonno. Certamente, Psyco non è soltanto un film che serve per addormentarsi bene, in bianco e nero e con un doppiaggio che sembra fatto parlando dentro le lattine della cocacola, è anche un capolavoro fatto di inquadrature la cui stranezza è – paradossalmente – messa in evidenza nettissima non tanto dalla stessa opera di Hitchcock quanto dal remake di Gus Van Sant, che ha ricalcato quegli stessi identici movimenti di macchina con mezzi moderni ottenendo un effetto ancora più straniante (grazie proprio alla maggiore familiarità che molti di noi possiedono con le immagini a colori e con i volti di certi attori), finendo, quindi, col sottolineare quanto fossero insolite e (perdonatemi il termine) sperimentali certe soluzioni visive adottate nel 1960 (mi riferisco soprattutto al celebre primissimo piano sul volto del poliziotto con gli occhiali da sole che ferma Janet Leigh per strada, e al tracking shot che segue Vera Miles dall’alto mentre guarda la casa di Norman Bates dall’esterno; vedere certe inquadrature messe in scena tramite un apparato produttivo moderno, a cui siamo molto più abituati rispetto a quello dell’epoca del bianco e nero, al punto di non notarlo quasi più, è qualcosa di fulminante). Vedo e rivedo Psyco, quindi, anche e soprattutto per ripassarne tutte le inquadrature una per una, come ogni malato mentale che si rispetti.

Kill Bill

KillBill

Una premessa: non esistono “Kill Bill Vol. 1″ e “Kill Bill Vol. 2″, quelle sono le minchiate da accattone di un ciccione di merda; esiste solo “Kill Bill”, che è una cornucopia di ficate pazzesche lunga più di quattro ore, un hangar di idee sufficienti alla realizzazione di 150 film diversi tutte condensate in un’unica, immensa e stordente ficata pazzesca. Tra il fottìo di elementi che potrebbero innescare la visione compulsiva istantanea, per quanto mi riguarda, i più potenti sono la vita a cartoni animati di O-Ren Ishii, l’acciaio di Hattori Hanzo e il durissimo addestramento di Pai Mei, che porterà la sposa ad evadere dalla sua bara a colpi di one-inch punch in una delle scene più epiche che si siano viste al di qua dell’attacco dall’aria di Apocalypse Now (sapete che Bruce Lee era in grado di fare quella mossa sul serio, sì?), eguagliata, forse (ma FORSE), soltanto dal momento in cui Beatrix Kiddo mette in pratica la tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita (che nella vita reale so fare solo io), scena che avrei fatto meglio a citare a fine testo perché a questo punto avrete tutti abbandonato le mie puttanate per andare a rivedere Kill Bill.

Il grande Lebowski

IlGrandeLebowski

Vabbè, qui abbiamo proprio il calcio di rigore a porta vuota dei film da rivedere in eterno, un pozzo senza fondo di scene e micro-scene che potrebbero essere viste in un loop infinito anche se uno non avesse mai visto tutto il resto del film. Come in molti altri casi, ciò che spinge a rivedere anche soltanto dieci minuti de Il grande Lebowski è lo stato d’animo in cui il film riesce a calarti già dopo pochissimi istanti e la speranza che dà a chi vorrebbe abbandonarsi ad una vita vissuta in un limbo di beatissimo e sacrosanto fancazzismo ma ha paura che, a quel punto, non succederebbe più nulla di stimolante. Se arrivi alla fine ti senti come i tumbleweed che si vedono all’inizio, che senza fare nulla, semplicemente lasciandosi trasportare dal vento, si so’ visti mezzo mondo (oltre ad essere dei classici intramontabili a cui ricorrere quando serve di sottolineare la riuscita infelice di una qualche battuta).
L’arma segreta che il film ha a disposizione per annientare definitivamente la mia debolissima resistenza, però, è Philip Seymour Hoffman: chi non lo ha mai ascoltato interpretare il servile Brandt in lingua originale non può capire.

Silent Hill

SilentHill

Ecco, Silent Hill, da un punto di vista psico-patologico, è assai interessante: questo, infatti, è uno di quei tanti film che rivedo a nastro perché mi fa sentire cullato e a mio agio.
“EH?!?”
Sì: io, in un posto come Silent Hill, ovvero un paesino deserto avvolto in una nebbia fittissima e sparutamente popolato soltanto da feti macrocefali, pieno zeppo di porte chiuse e col baretto coi coniglioni rosa che giocano a briscola bestemmiando, ci andrei a vivere anche in questo istante per rimanerci in eterno. Il solo pensare all’inquadratura notturna dall’alto in cui i fari della macchina illuminano una strada collinare deserta immersa in un silenzio di tomba è sufficiente a convincermi a rivedere tutto il film, anche fosse soltanto per rivivere la piacevolissima (per me) sensazione di totale isolamento che comunica quella breve ripresa. E prima c’è la scena ai piedi dell’albero con le note di Promise (Reprise) di Akira Yamaoka. E poi le infermiere. E poi il piramidone. E poi il bidello nel cesso. E poi la furia vendicatrice di Alessa. E poi l’inferno di filo spinato. E poi il malinconico finale. Ahhhhhh…

Il cavaliere oscuro

The Dark Knight

Se questo film ha un valore di replay altissimo, il merito è al 100% di Heath Ledger: rotolarsi come maiali nel fango dentro il tono di voce con cui pronuncia ogni singola sillaba di ogni battuta e il modo in cui sparge tic vocali in ogni dove è una goduria estrema che credo si esaurirà soltanto quando la sua performance (un buco nero che risucchia qualsiasi cosa gli stia attorno nel raggio di 200 Km, fenomeno conosciuto come “Effetto Sasha Grey”) sarà sorpassata da qualche altro attore, in qualche altro film. L’unica altra cosa che riesce a trascinarmi all’ennesima visione come un drogato privo di volontà è il racconto (scritto in maniera eccezionale) di Michael Caine sulla sua esperienza in Birmania, al cospetto di un altro Joker che fa razzie di rubini per poi gettarli via, racconto che spiega a Christian Bale con chi ha a che fare e che termina con la fantastica battuta “Some men just want to watch the world burn”.
Also: William Fichtner.
- “Ma si vede solo all’inizio!”
Hei stiamo parlando di pazzia. Togliti di mezzo, per favore.

Coraline

Coraline

Per le motivazioni che mi spingono a rivedere Coraline in maniera piuttosto ossessiva dobbiamo tornare dalle parti di Silent Hill, sia perché hanno a che fare con una qualche turba che avrà sicuramente un nome pieno di consonanti, sia perché – anche in questo caso – ci troviamo davanti a un film in cui andrei a vivere. La molla scatta, stavolta, oltre che per l’atmosfera lugubre e allegramente macabra, per via delle lucette colorate. Io amo le lucette colorate. Le amo duro una cifra. Io dalle lucette colorate mi farei pure scopare la faccia. Oggi, 24 marzo, ho ancora l’albero di natale in salotto solo per avere il piacere di guardare lucette colorate a buffo. E Coraline è un film pieno di lucette e di colori forti ad alto contrasto tipo verde/viola. Quindi, ogni tanto, DEVO vederlo per poter vivere per un’ora e mezza in un mondo che si muove a passo-uno coi misteri che succedono di notte dietro i muri. Ho provato a uscirne, con grande sforzo: per evadere dal loop eterno sto anche tentando in tutti i modi di farmi piacere ParaNorman quanto Coraline, ma non c’è verso.

* Dalle 20 alle 30 volte *

Borotalco

Borotalco

Se avete un qualche stupidissimo accento e vi trovate dalle parti di Roma (soprattutto all’interno delle mura aureliane e dalle parti dei Castelli, ché tanto in periferia ormai ce stanno solo i calabresi intenti a stoccare balle di capelli crespi), fate attenzione: se un local butta là con noscialanza una qualche frase tipo “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei!” sappiate che è una trappola. Rispondete “Me pari tu’ zio!” e verrete accolti a braccia aperte con risate e grida di gioia; rispondere una qualsiasi altra cosa (o non rispondere affatto, che significa non avere colto) equivale a farsi bollare come indesiderato, uno, cioè, che ha l’ardire di calpestare il suolo di Roma e provincia senza conoscere i vecchi film di Verdone. Occhio, però, fate estrema attenzione: “Conoscere i vecchi film di Verdone”, a Roma, significa saperli a memoria per intero e saperne recitare le battute esatte alla virgola. Provate ad abbozzare un poco convinto “Mamma, non vedi che parlo con me stesso?” solo per mettere in mostra la vostra buona volontà ed otterrete l’effetto opposto a quello che desiderate, verrete scoperti, corretti in un batter d’occhio, indicati col dito e guardati con sdegno.
Avendo ricevuto una corretta educazione da mamma e papà, sono perfettamente in grado di recitare a memoria i vecchi film di Verdone a botte di interi quarti d’ora, ma tra tutti, quello per cui sento il bisogno fisico di rivedere ogni tot tempo è Borotalco. Come Philip Seymour Hoffman ne Il grande Lebowski e Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro, stavolta l’arma segreta è Angelo Infanti: il suo Manuel Fantoni è recitato con una tale padronanza ed è talmente autentico da renderlo comico almeno quanto quello impersonato dall’impostore Sergio Benvenuti di Verdone e contribuisce in maniera determinante a rendere il film riguardabile all’infinito.
E se ti danno un buono-acquisto? Vuol di’ che te la pii ‘nder culo.

Scarface

Scarface

Prima di diventare il film preferito da tutte le più patetiche teste di cazzo del mondo, e prima che uscissero Goodfellas e 300, Scarface era il film da rivedere all’infinito per eccellenza, l’imperatore indiscusso del loop eterno. Ho rivisto il film di Brian DePalma talmente tante volte che ora, paradossalmente, non riesco più ad ordinare cronologicamente la miriade di scene da cui è formato. Ad esempio: la conta dei soldi che porta all’arresto di Tony Montana è prima o dopo l’attentato al Babylon Club? Non importa, perché – come già scritto – la forza di questi film risiede proprio in ogni singola scena, più che nell’insieme, e se anche qualcuno mi sostituisse a tradimento la copia che ho sulle mensole con una versione completamente rimontata, beh, lo vedrei e rivedrei lo stesso, senza dire “A”. È il bello del rivedere per decine di volte lo stesso film: ti perdi nei dettagli e abbandoni il quadro d’insieme sullo sfondo, fuori fuoco.

Miami Vice

MiamiVice

Se volete farvi odiare da me, parlate male di Miami Vice. Oppure parlatene con sufficienza, che forse è anche peggio. Se siete disposti ad ammettere di essere degli sciocchini, invece, possiamo prendere un appuntamento e, davanti al film che scorre, posso spiegarvi per filo e per segno i motivi per cui Miami Vice è una lezione di cinema, un film d’azione che ti tratta come un adulto e non come un coglione. Se poi siete altri cani di Pavlov come me, che al richiamo di Auto Rock rispondono mollando all’istante tutto ciò che stanno facendo per andarsi a piazzare davanti alla TV a vedere il film di Michael Mann, che possono vederlo – a scelta – in Blu-Ray, in DVD nell’edizione con i led e il chip sonoro che fa il rumore del rombo della Ferrari e in DVD edizione thailandese (ahahaha, sì, lo so, cosa ci vuoi fare), a dispiacersi per la gamba del povero Zito, a sentire che Arcangel de Jesus Montoya doesn’t buy a service, he buys a RESSOLT, beh, allora lasciatevi brofistare, fratelli, siete i miei nuovi BFF!

Viale del tramonto

VialeDelTramonto

Tra i motivi che mi spingono a rivedere Viale del tramonto, una specie di sequel in versione horror di Singin’ in the Rain, abbiamo un misto tra l’effetto bianco e nero già visto in Psyco e l’effetto Sasha Grey, qui scatenato dalla performance pazzesca di Gloria Swanson. Non guasta anche il fatto che il film sia uno dei miei dieci preferiti di tutti i tempi, un capolavoro a tutto tondo (non c’è nulla, in Viale del tramonto, che non sia a livelli paradigmatici: regia, sceneggiatura, scenografia, costumi, recitazione… tutto) che dimostra come Billy Wilder sia uno dei pochissimi artisti capaci di sfornare non uno ma ben DUE film perfetti (l’altro è A qualcuno piace caldo, e per la definizione di “film perfetto” abbiate pazienza, un giorno mi ci metterò, è una cosa complicata, ma è un concetto che è valido ed esiste) nell’arco di una sola vita. E poi, aho, la partita a bridge con Buster Keaton… e daie…

* Dalle 30 alle 40 volte *

Taxi Driver

TaxiDriver

Ecco, se Viale del tramonto è uno dei miei dieci film preferiti, Taxi Driver è il numero uno. Come abbiamo visto, però, la bellezza oggettiva e/o soggettiva di un dato film non è sufficiente a farlo entrare in questa lista. Per stare qui bisogna essere in grado di ossessionare, bisogna essere – più che un film – uno stato mentale, un richiamo ad un intero micromondo, la cartolina sul parasole del taxi di Jamie Foxx. Taxi Driver, per me, è quel posto orrido ma stupendo che doveva essere la New York degli anni ’70, che ho imparato ad amare prestissimo, fin da bambino, prima incuriosito da quel noioso poster monocromatico con quell’uomo che camminava in strada con le mani in tasca (che all’epoca era appeso al muro nel 70% delle camere dei giovani scapigliati d’Italia), e poi fulminato dal film vero e proprio che, nonostante la tenerà età, ero libero di vedere in TV ad ogni occasione possibile grazie alla lungimiranza di un padre che aveva già capito (prima ancora che esistesse) che il Moige è solo una puttanata da pagliacci che serve a chi è interessato soltanto a parcheggiare i figli, da soli, davanti alla televisione e non pensarci più. A dire il vero, in questo caso non ci sono uno o più elementi in particolare a fare da trigger ma l’intero film e tutto quello che offre, a partire da un’atmosfera impareggiabile nella quale un aiuto fondamentale viene dato dalla colonna sonora di Bernard Herrmann, definibile soltanto attraverso tutti i superlativi di tutte le lingue del mondo.

Armageddon

Armageddon

Io so per certo che, in un universo parallelo, la prima edizione dell’MMG Film Festival si è chiusa con una proiezione solo posti in piedi e a commento libero di questo indiscusso capolavoro del Cinema Del Cazzo, mostrato in una copia digitale 4K nuova di zecca con i sottotitoli karaoke per gli Aerosmith e salutata da centinaia di occhi lucidi e accendini levati al cielo. Di questa cacata micidiale, da me amatissima, conosco ogni anfratto, ne apprezzo ogni minchiata – anche la più microscopica – e mi inebrio di ogni sua curatissima inquadratura, per quanto inutile e superflua sia (quindi un buon 40% dell’intero film). È possibile che, senza Armageddon, che per anni è stato il film che più di ogni altro mi faceva venire voglia di aprire bocca per parlarne all’infinito, non avrei mai aperto questo sito più di dieci anni fa. Vedere questo remake di The Rock sotto mentite spoglie (poi un giorno vi spiego) in mia compagnia è un’esperienza straziante: praticamente è come stare ad ascoltare un diverso running commentary ad ogni visione, 150 minuti con la mia voce nelle orecchie che rompe il cazzo ininterrottamente su quanto il film possa essere magnifico e fare schifo allo stesso tempo e perché. Sarei in grado di scrivere un intero articolo sulla scena in cui Ben Affleck cerca di infilare i cracker nella fregna di Liv Tyler, un altro sull’inquadratura-trademark di Bay in cui tutti si spingono via dalla scrivania scorrendo sulle rotelle delle loro sedie e così via, sempre più giù in un vortice che si autoalimenta proprio con le visioni in loop eterno.
Forza con quei Bic, tirateli su: I could stay awaaake, just to HEEEAAR you breeeathiing…

Bad Boys 2

BadBoys2

Chi pensava di trovare un solo Michele in questa lista vuol dire che non ha mai letto una sola riga di questo sito. Davanti a qualcuno che non ha mai visto Bad Boys II non solo mi sento molto Nick Frost, con tutto il suo sgomento, in Hot Fuzz (“You ain’t senn Bad Boys 2???”), ma ho anche l’occasione di spiegare una nuova perversione che mi porta a rivedere compulsivamente sia questo che molti altri film: la qualità di immagine del DVD o del Blu-Ray del titolo in oggetto. Sì, ne sono consapevole, è assurdo, ma spesso mi ritrovo a drogarmi con certa roba solo per una mera questione di telecinema, solo perché il contrasto dell’immagine e la resa dei dettagli su schermo televisivo sono spettacolari. Se penso a Bad Boys II le prime immagini che mi vengono in mente sono gli interni bui dei motoscafi illuminati soltanto dagli indicatori rossi sul cruscotto e quelle relative alla scena (di cui avevo già accennato diverse righe fa) che vedete qui sopra, piena di granelli di sabbia che puoi contare uno ad uno. Il fatto che Bad Boys II non esista ancora in Blu-Ray è qualcosa per cui mi metterei su una torre con un fucile da cecchino per sparare a gente a caso, questo tanto per sottolineare che ormai siamo arrivati ai gruppi di film visti un numero di volte da ricovero coatto.

* Dalle 40 alle 50 volte *

300

300

Come già accennato, se c’è un film che, più di ogni altro, può ambire seriamente al titolo di “Film Più Rivisto al Mondo”, rubando lo scettro ad altri e più blasonati titoli, quello è proprio 300. Io sono sicuro che se tutti i lettori della MMG (donne comprese) fossero costretti a stilare la loro lista di film rivisti con amore e ossessione, 300 sarebbe nella top-10 di almeno l’85% dei partecipanti. Così maschio da essere frocissimo, il film di Zack Snyder è il trionfo totale dell’episodicità misto ad un potentissimo Effetto Sasha Grey, con un Gerard Butler talmente dilagante da togliere spazio perfino agli attori dei film che nello scaffale gli stanno accanto. L’unico a non essere totalmente oscurato dall’ombra della barba di Gerardo è il pazzesco Rodrigo Santoro, il Serse GIGANTO che scivola di soppiatto alle spalle di re Leonida attentando alla sua virtù. Per il resto, il film è un pozzo senza fondo di battute da citare all’infinito, immagini che si imprimono a fuoco sulla retina e buzziconate ciccionissime che sono da vedere per credere.
“SPAATHENS, UAD IZ YOR PROVESC’N???”, “AÙ!!! AÙ!!! AÙ!!!”.

* Da 60 volte in su (numero indefinibile) *

Guerre Stellari

STAR WARS

Abbiate pazienza, ma io mi rifiuto di dover spiegare per quale motivo ho visto Guerre Stellari un numero di volte indefinibile ma maggiore di 60. Mi rifiuto e basta.

Goodfellas

Home

Diciamo che, se avessi i soldi, per risparmiare tempo comprerei lo spazio sulle frequenze del digitale terrestre e ci piazzerei Canale Goodfellas, un’emittente che serve a trasmettere solo Quei bravi ragazzi a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, sempre, per sempre. Oppure, con le necessarie capacità tecniche, sulla PlayStation 3 monterei il tasto “∞” accanto al tasto “play”. Tutto quello che c’è di distorto nella mente di un appassionato di cinema porta a questo: a perdere il conto delle volte che si è visto Goodfellas, nonostante si sappia per certo che tale numero supera quota 60. Di quante volte? Dieci? Venti? Cinquanta? Non saprei e non importa, perché ormai, il film di Scorsese, il più bellissimo dei Bellissimi di Retequattro, è diventato una specie di memoria acquisita e impiantata artificialmente, come le foto da bambina della Rachael di Blade Runner. E infatti non so più quante volte ho detto a qualcuno, nella vita reale, che stavo andando “a comprare i giornali, a comprare i giornali”, o le occasioni in cui ho risposto ad altri “E passami ‘sto cazzo di cane”. Gli effetti sulla psiche di una eccessiva esposizione ai film, e soprattutto a certi film, insomma, sono questi: diventi un replicante. Solo che anziché sognare pecore elettriche, sogni Paulie che taglia l’aglio con una lametta.

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