The Bridge


TheBridgeTema:
La gente si suicidano

Svolgimento:
Eh, no, niente, in pratica tu ciai i disagi e quindi a un certo punto fai questa cosa del suicidio che è come un grido d’aiuto, no?, e magari lo fai in posti famosi così almeno c’è la cassa di risonanza. Io per esempio sapevo che dal ponte Golden Gate di San Francisco si suicidano un sacco di gente, perché hanno i disagi e quindi per richiamare l’attenzione fanno il gesto sconsiderato in luoghi celebri così poi se ne parla. Perché quando tu arrivi a un certo punto di malessere non vedi vie d’uscite e fai un gesto estremo, tipo il suicidio, no?, e però per richiamare l’attenzione ancora di piùissimo vai in un posto famoso, così poi se ne discute del tuo suicidio e si dice “ma perché?”, oppure “cioè, ma per quale motivo ha dovuto fare proprio questa cosa?”, oppure “ma era proprio necessario? Ma ti pare il caso? E poi ma PROPRIO di domenica quando lavo la macchina, che cazzo?”, oppure “il suo era un grido d’aiuto e noi lo dovevamo sentirlo”. Perché quando tu stai proprio male-male finisce che mandi un segnale forte e poi ti butti al fiume dai posti famosi, tipo la torre Eiffel o il Colosseo. E questo vuol dire che stavi male di brutto, ma proprio un cifrone e mandavi un grido d’aiuto dai posti famosi, tipo per esempio la Gioconda.

Eric Steel e la sua troupe hanno filmato il Golden Gate di San Francisco per un anno intero.
Il loro scopo era riprendere i numerosissimi suicidi (o aspiranti tali) che ogni anno scavalcano le protezioni del ponte per saltare nel fiume e schiantarsi forevah contro un muro d’acqua, e poi andare a chiedere a parenti e amici dei defunti il perché di un simile gesto.

Il film di Steel, come un qualsiasi slasher pessimo, dura – in pratica – un quarto d’ora: il tempo di gettare le basi (mostrando un tuffo letale e i ricordi addolorati di qualcuno) ed è tutto finito. I restanti 75 minuti non sono altro che una ripetizione ad libitum del concetto di base, in una pellicola che non riesce ad andare oltre le sue premesse iniziali e che non mostra di avere uno scopo preciso ben definito.
Il perché “universale” di un suicidio credo sia noto, notissimo, così come è facilmente intuibile l’obiettivo di qualcuno che sceglie un luogo celebre per porre fine alla sua vita; a cosa serve, quindi, promuovere a contenuto un assunto tanto ovvio e ribadire più volte la stessa tematica espressa implicitamente fin dalla sinossi del documentario?
Steel, insomma, what’s the point?
Posso capire il focalizzare l’attenzione su un suicida dalla vita particolarmente travagliata ed interessante ed esplorarne tutti i lati fino ad aprire il discorso agli aspetti più generalisti – ed eclatanti, in questo caso – della sua autoeliminazione (un serio ed esaustivo approfondimento che possa andare dal micro al macro e/o viceversa), ma che senso può avere il frammentare la propria inchiesta in decine di casi simili, oltretutto facendo partire il racconto ogni volta dallo stesso punto e con gli stessi esiti (1 – ciao mi suicido dal ponte 2 – era tanto bravo 3 – in finale bella pe’ lui)?

Si vede che gli andava proprio tanto, boh, tuttapposto

La parziale incapacità con cui il regista ha affrontato l’argomento, poi, viene sottolineata dalla sistematica noncuranza con cui l’autore sorvola su un aspetto sconcertante (e che, quindi, avrebbe potuto fornire materiale interessante) di queste vicende, come la reazione al suicidio di un proprio caro che buona parte di amici e/o parenti mostrano davanti alla telecamera, dove veniamo a sapere (dalla voce – ripeto – di padri, madri, fratelli, sorelle e amici) che, cito a grandi linee, “in fondo era quello che voleva fare da un sacco di tempo, ce lo diceva sempre, adesso che ci è riuscito è sicuramente contento, quindi se lui (il morto; ndF) è contento siamo contenti anche noi, tutto il mondo è contento”.

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In pratica uno si ammazza però va bene così, tuttapposto. Ma sì, che vuoi che sia. Mò pare che se uno si suicida è la fine del mondo!
Gli autori dovevano essere sulla stessa linea di pensiero, visto che nessuno si azzarda a fare domande, anche fosse soltanto un semplice “EH?!?” che possa chiarire pensieri tanto incomprensibili di menti turbate dall’accaduto. No, niente. Siccome non sono tutti come l’anarchico Pinelli e questi del ponte sono suicidi che VOLEVANO suicidarsi (fatto che commenterei con un bel “e grazie al cazzo”), allora sia fatta la loro volontà e così sia. Contenti loro, contenti tutti, pure io che sono sua madre, in fondo dai che ti freca?
Vabbè.
Forse sono io all’antica.

La superficialità con cui viene trattato l’argomento e l’inconsistenza con cui si passa da un morto all’altro, poi, finiscono col mettere in grande evidenza questioni etiche che avrei sentito la necessità di pormi anche se il film fosse stato di ben altro livello: siamo sicuri, ad esempio, che nel filmare la morte di qualcuno (a sua insaputa, oltretutto) e renderla di pubblico dominio, formalmente a pagamento, sia tutto ok? Se poi i suddetti decessi finiscono in un documentario che – fondamentalmente – non dice un cazzo, chi mi impedisce di pensare che l’autore abbia messo in piedi tutto l’ambaradan solo ed esclusivamente sulla base del morboso shock-value assicurato dalle riprese dei suicidi?
La morte “in diretta” come gimmick, come un vecchio fumetto della Image Comics stampato soltanto in virtù della copertina scolpita nei funghi, beh, mi sembra quantomeno discutibile.

A salvare un po’ il tutto (ma solo a livello coreografico) ci pensano le evocative inquadrature del ponte, trattato con il tipico ed elegante occhio fotografico di chi ha scelto il documentario come mezzo espressivo.
Se avessi voluto vedere soltanto delle belle immagini del Golden Gate, però, mi sarei comprato un set di cartoline, dove le foto, almeno, non sono rovinate dagli omini che cadono.

Di Eric Steel

(N.B.: questo testo è stato originariamente pubblicato nella vecchia versione del sito, nel gennaio 2008, e rivisto a dicembre 2013; la recensione si riferisce all’edizione DVD americana del film. La versione italiana, quindi, potrebbe differire per alcuni particolari)

Recensioni
Final Thoughts

Un documentario sul suicidio talmente pointless che sembra abbiano messo in piedi quasi esclusivamente per informare il mondo dell'esistenza stessa dell'atto autolesionista. Autori colpevoli anche perché le interviste a parenti e amici forniscono spunti di approfondimento e discussione decisamente interessanti ma mai esplorati.

Overall Score 2 Da suicidio. HAH!

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