Braveheart (id.)


BraveheartÈ dura la vita dell’eroe bifolco.
È un’esistenza in cui tutto è bianco e nero, ma solo perché l’eroe stesso non vede le sfumature che lo circondano.
D’altronde, come potrebbe? Decenni passati ad abitare capanne tenute insieme con la merda, ad esprimere la propria felicità con dei grugniti, a parlare solo tramite verbi all’infinito, a sbalordirsi per l’invenzione della ruota e a mangiare porci mentre sono ancora vivi renderebbero chiunque immune a qualsiasi tipo di sottigliezza.
L’eroe bifolco passa la sua infanzia col mullet, a studiare francese e latino dallo zio, per poi tornare al suo villaggio bifolco a sfoggiare a cannone quelle quattro frasi in croce che ha imparato e a fa’ le pinne col cavallo davanti la casa dell’amata, perché va bene essere uomini di mondo, ma una femmina in qualche modo la devi comunque impressiona’ con le skills urbane.
E a proposito di donne: aho, non gliene sfugge una! L’eroe bifolco è uno che qualsiasi femmina incontri, dopo una chiacchierata di cinque minuti la rimanda a casa con le mutande da strizzare, anche fosse una principessa francese, e quando poi finalmente la castiga, l’accoppiamento emana un’onda d’urto di bagnamento tale che pure la servetta zozza della suddetta principessa non può far altro che soccombere alla LOVE SHOCKWAVE e iniziare a pasticciarsi là sotto mentre spia lo stallone.

Il cattivo.

Il cattivo.

L’eroe bifolco, con gli amici, si prende a selciate. Se poi è un caro amico, dopo le sassate in faccia partono i cazzotti. Il rapporto con gli amici (che per tutto il film quasi non si parlano, ma si gonfiano di botte ripetutamente), più di tutto il resto, la dice lunghissima sul target di riferimento di Braveheart, che non a caso è stato santificato da un noto gruppo di subumani.
I nemici dell’eroe bifolco, poi, sono tutti brutti o addirittura mostri deformi, sono malati, vecchi sadici, infami traditori e froci (ma, sia chiaro, soprattutto froci dentro, perché andare in giro ogni giorno a parlare francese con le treccine e la gonna non conta, sempre per quella vecchia faccenda della trave e della pagliuzza).

Il buono.

Il buono.

Quando combatte, l’eroe bifolco trae ispirazione da Modugno dipingendosi le mani e la faccia di blu ed inizia ad urlare.

Tutti muoiono nella morte, l’onore dell’eternità ci fa vivere nella morte della notte del giorno del leone e la gazzella della vita

I film sugli eroi bifolchi, solitamente, diventano delle cornucopie senza fondo di frasette del cazzo che hanno una presa formidabile sugli imbecilli. Basta mescolare a caso termini come “Morte”, “Onore”, “Vita” ed “Eternità” ed avrai un esercito di coglioni pronti a pisciarsi sotto. I film degli eroi bifolchi sono gli Oscar Wilde etero dei nostri tempi, una non-stop quoting machine che trascende il contenitore e diventa tappezzeria da Facebook.
Se solo i nostri cioccolatai umbri fossero un po’ più scaltri, inventerebbero la versione maschile dei Baci, li chiamerebbero “Pugni Perugina” e li avvolgerebbero con cartine colme di minchiate tratte dai film di eroi bifolchi.

BambinaBraveheartIl film con l’eroe bifolco, quando colpisce nel segno, ha un successo clamoroso.
Perché dai, parliamoci chiaro: se una stupida burinata come Braveheart fosse morta in silenzio nel cimitero delle minchiate di Italia 1, io non sarei qui a scriverne. Il fatto, però, è che questo sopravvalutatissimo film è considerato universalmente un capolavoro (eh?), vincitore di 5 Oscar (EH?), tra i quali quello come miglior film dell’anno (EEEHHH???), stessa, incredibile sorte dorata toccata ad un’altra pellicola mediocre come Il gladiatore (che almeno poteva contare sul mestiere di un regista di ben altra caratura), che ha inoltre sbattuto in faccia al mondo la beffa di un Russell Crowe premiato per quella che è una delle sue interpretazioni peggiori, quando solo un anno prima era stato snobbato per The Insider e l’anno prima ancora neanche considerato per L.A. Confidential, performance entrambe infinitamente più valide.

Il cerchio del paradosso si chiude quando si pensa che 300, il sovrano indiscusso dei film con l’eroe bifolco e di gran lunga il migliore della categoria, non solo è quello che ha il voto più basso (per quello che può valere, ma ok…) in un termometro del gradimento popolare come l’IMDb, ma è stato anche ignorato completamente agli Academy Awards, che non hanno dato neanche una chance né a Gerardone Butler, né alle sezioni tecniche, segno che nel mondo del cinema il bluff sfacciato conta più di una scala reale servita.
Perché sì, in fondo il punto è proprio questo: dove 300 vince per la sua smaccata onestà e per l’essere talmente al di sopra delle righe da mitigare gli impacciati tentativi di farsi serio per alcuni istanti, Braveheart, con lo stesso linguaggio – composto da quattro vocaboli – si propone innanzitutto come veicolo di chissà quali valori profondi (“LIBERTÀÀÀÀÀÀÀÀÀGGHHHHH!!!”), intessuto di ricchezze narrative, con tempi da film di ampio respiro e con toni epici, senza mai sospettare di essere soltanto un 300 che vorrebbe disperatamente essere altro.

Scemo e più scemo

Stop!

Stop!

Ma d’altronde, cosa aspettarsi quando alla sceneggiatura e alla regia si mettono due pazzi esaltati come Randall Wallace e Mel Gibson?
Se quest’ultimo rientra nella categoria dei pazzi esaltati divertenti, Wallace è invece uno di quelli che, personalmente, ritengo pericolosi e meritevoli di stare in galera, un promotore del cinema più tronfio e pomposo che si ricordi dai tempi dei peggiori John Wayne, incapace – oltretutto – di dare ad un film di ben tre ore una forma che non sia qualcosa che ricordi da vicino un albero martoriato da una sega elettrica.
Una volta portato il personaggio protagonista al punto di ebollizione, Wallace non fa altro che alternare una scena di battaglia ad una che mostri le trame infami di re

Hammer Time

Hammer Time

spietati, traditori, mostri, nani, ballerine e villain vari, tutto per ribadire – all’infinito – lo stesso identico concetto: “Loro stronzi! Lui rompe loro culi!”. Lo spettatore viene a sapere tutto quello che succede non dal protagonista, ma dall’arcipelago di cattivi che lo vogliono morto. Sono loro ad esporre quell’abbozzo di trama che il film propone, mentre il protagonista viene abbandonato su un tot. di campi di battaglia a tirare mazzate per poi mettersi in stand-by, in attesa che il racconto vada avanti fino allo step successivo.

Se il film ha dei pregi, il merito è soltanto dell’altro pazzo esaltato, Mel Gibson, che in quanto a totale incapacità di sottigliezza (o semplice normalità, cristo santo) non ha

You gotta be fucking kidding me...

You gotta be fucking kidding me…

nulla da invidiare a Wallace, ma ha senza dubbio un senso della messa in scena e un istinto cinematografico che gli hanno permesso di salvare ogni suo film dalla completa disfatta (Gesù secondo Michael Bay) o di creare una pellicola del tutto convincente (Apocalypto, che aho, spacca!).

In Braveheart, queste sue qualità hanno permesso al film di diventare una pietra miliare del cinema grazie alle sue battaglie, che hanno influenzato (e continuano a farlo) decine di pellicole successive, un risultato ancora più degno di nota se si pensa che è stato ottenuto in un’epoca in cui “battaglia colossale” non significava premere ctrl+c/ctrl+v per centinaia di volte, ma orchestrare difficili coreografie di guerra che coinvolgono un mucchio di persone reali e autentici cavalli.

Diretto da Mel Gibson, con Mel Gibson, Sophie Marceau, Patrick McGoohan e Brian Cox

Recensioni
Final Thoughts

Uno dei più eclatanti casi di impazzimento collettivo nel mondo del cinema, questa sopravvalutatissima burinata da palloni gonfiati continua tuttora ad essere scambiata per il classico "filmone" a cui dare cinque stelle di default, quando è invece soltanto un 300 riuscito nettamente peggio del film di Snyder.

Overall Score 2.5

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